OSCAR PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO 2016 – I CANDIDATI

La tanto attesa data del 28 febbraio è ormai vicinissima e, come già sottolineato in precedenza, siamo dinnanzi ad una delle stagioni più incerte degli ultimi anni.

Oggi vogliamo concentrarci su una delle categorie più trascurate dal grande pubblico ma che puntualmente ogni anno ci regala prodotti estremamente interessanti: l’Academy Award for Documentary Feature ovvero l’Oscar assegnato al miglior documentario. L’anno scorso l’Academy premiò l’ottimo Citizen Four diretto da Laura Poitras, con produttore esecutivo Steven Soderbergh (regista premio Oscar per Traffic e ora impegnato con la serie TV Knick) e che raccontava la spinosa vicenda di Edward Snowden, l’ex informatico della CIA che rese di pubblico dominio i programmi di sorveglianza di massa attuati dai governi americano e britannico.

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1946. GIORNI PERDUTI: CAPOLAVORO DRAMMATICO CHE STRAVOLGE I CANONI HOLLYWOODIANI

Giorni perduti_45

Ma quanto è bello questo film del 1945 di Billy Wilder, giustamente premiato con l’Oscar alla miglior pellicola, miglior regia, sceneggiatura non originale e migliore attore protagonista (lo straordinario Ray Milland, Il Delitto Perfetto per intenderci). Un dramma filmato con lo sguardo cinico e realista di chi non può che limitarsi a raccontare i fatti: Don Birman, scrittore fallito e deluso, si dà all’alcol e, nonostante i tentativi disperati del fratello e della fidanzata, decide di morire raggiungendo la degradazione più totale. Billy Wilder si conferma cineasta di spessore e riesce in questo capolavoro drammatico che tratta il tema dell’alcolismo e capovolge gli stereotipi hollywoodiani del tempo: l’alcolizzato, l’ubriacone, figure utilizzate fino ad allora nella commedia per creare gag divertenti, qui vengono analizzati con cinismo e senza compassione, e ci viene mostrata la degradazione dell’uomo che abusa nel bere (non solo con la recitazione dell’attore ma anche con la fotografia di John F. Seit). Girato per lo più in interni, con qualche esterno di New York catturata in tutta la sua tristezza e solitudine. Unico difetto (personalmente) il lieto fine. Memorabile la scena dell’incubo in cui vi è la lotta tra un pipistrello e un topo. Tratto da un romanzo di Charles Jackson.

Matteo Chessa