LAURENCE ANYWAYS: DOLAN E IL FUTURO DEL CINEMA

125997-mdQuando ho visto Mommy per la prima volta ne sono rimasto letteralmente folgorato. E’ stato quindi inevitabile recuperare i film precedenti di Xavier Dolan per saziare il mio appetito cinefilo. Sebbene l’esordio di J’ai tuè ma mère lasci ben sperare per il futuro, è con questo Laurence Anyways che il giovanissimo regista canadese scopre le carte e mostra al mondo intero il suo straordinario talento.

Quelli di Laurence Anyways sono 159 minuti che scivolano via naturalmente come la maschera sociale del protagonista e che racchiudono tutte le principali caratteristiche della poetica di Dolan: l’amore tragico e quasi impossibile, la voglia di cambiamento che necessita di dolore e sofferenza, l’incomunicabilità tra i personaggi, il giudizio moralista della società, ecc.

E se il contenuto rispecchia la poetica di Dolan, il comparto tecnico non è da meno: basti pensare all’uso degli spazi chiusi di fassbinderiana memoria, alla sapiente composizione delle inquadrature, alla gestione degli attori (qui abbiamo una Suzanne Clement in stato di grazia) all’utilizzo consapevole delle cromie, fino all’intervento salvifico delle varie hit musicali (splendida la scena in automobile con Bette Davis Eyes in sottofondo).

Io sinceramente non ricordo tanti registi che alla sua età hanno segnato in modo così evidente la cinematografia mondiale. 

Questo talentuoso ragazzo per quanto mi riguarda è l’unico filmmaker, assieme a Sion Sono e Nicolas Winding Refn, che riesce a stupirmi in ogni singola inquadratura e che mi ricorda che il cinema è soprattutto, meravigliosamente, immagine.

 

Francesco Pierucci

REGISTI EMERGENTI: STEVE MCQUEEN

Quarto appuntamento con la rubrica più apprezzata dai talent scout cinematografici (qui gli articoli precedenti). Dopo fantascienza e dramma sentimentale, oggi affrontiamo il realismo sociale con l’omonimo del leggendario attore de La grande fuga: Steve McQueen.

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Nato a Londra nel 1969, il regista inglese conquista subito la Camèra d’Or a Cannes con lo scioccante Hunger (2008).

La sua opera d’esordio, crudo ritratto del militante dell’IRA Bobby Sands, segna l’inizio del fortunato connubio con l’attore-feticcio Michael Fassbender.

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Hunger racconta con crudele realismo l’efferatezza delle guardie carcerarie e l’incredibile forza di volontà del protagonista intento a perseguire uno sciopero della fame.

Il film esce in Italia quattro anni dopo, in seguito al grande successo di Shame.

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Presentato in concorso alla 68ma Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Shame (2011) conferma le grandi qualità di McQueen alla regia, nonché la sua innata capacità di raccontare l’individuo in relazione alla società che lo circonda. Protagonista del film è un uomo che ha sviluppato una dipendenza cronica dal sesso, interpretato magistralmente da Fassbender (la sua performance gli garantirà la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile), che soffre il dualismo tra la sua immagine pubblica e quella privata.

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E’ il 2 marzo 2014 quando il suo terzo lungometraggio 12 anni schiavo conquista tre statuette durante la notte degli Oscar (Miglior film, Miglior attrice, Miglior sceneggiatura non originale). Le avrebbero sicuramente meritate anche il regista stesso e uno straordinario Chiwetel Ejiofor nei panni di Solomon Northup, talentuoso violinista trasformato in schiavo.

Date le tematiche trattate, 12 anni schiavo è forse il film più intimamente politico e controverso di Steve McQueen e, nonostante alcuni inevitabili compromessi (il passaggio traumatico da film indipendenti a blockbuster), conserva una notevole forza intrinseca nell’uso delle immagini.  

 

Francesco Pierucci

REGISTI EMERGENTI: DEREK CIANFRANCE

Secondo appuntamento con la nostra nuova rubrica. Questa volta cambiamo genere e dalla fantascienza ci spostiamo al dramma sentimentale con l’analisi del protagonista di oggi: Derek Cianfrance.

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Classe ’74, Cianfrance dirige il suo primo film Brother Tied a 24 anni. L’opera viene presentata al Sundance ma non riesce a essere distribuito nelle sale.  La svolta nella carriera del regista avviene nel 2003 quando conosce Michelle Williams e Ryan Gosling, attori ideali per il suo Blue Valentine. Dopo anni di tribolazione, il film esce nel 2010 e incanta critica e pubblico.

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Questo splendido capolavoro nasce dall’esigenza del regista di esorcizzare la separazione dei suoi genitori, avvenuta quando aveva vent’anni. Lasciate le redini dell’opera in mano all’improvvisazione e all’estro dei due attori (la Williams riceve una nomination agli Oscar), Cianfrance gestisce sapientemente  le due fasi del rapporto, l’innamoramento e la crisi, con un’accuratezza tecnica (la fotografia calda/fredda, il mutamento dei dialoghi e del body language) che eleva il significato dell’opera su più livelli. Amore e sofferenza, gioia e dolore trovano in questo film il loro scopo ultimo: quello di sottolineare poeticamente la complessità della vita.

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Passano due anni e Cianfrance dirige Come un tuono, un’opera che si colora di thriller pur mantenendo il focus centrale sui rapporti umani, non solo di coppia ma anche padre-figlio. Questa volta, oltre al solito Gosling, ci sono Eva Mendes e soprattutto Bradley Cooper (il regista disse che senza di lui non avrebbe girato il film). Anche dopo il suo terzo film, Cianfrance conferma di essere un autore non tanto focalizzato sulla maestosità dell’inquadratura (comunque di alto livello) quanto alla cura dell’interpretazione degli attori. Più che per le storie, i film di Cianfrance si ricordano per la profondità dei loro personaggi, per la personalità e per i patemi emotivi.

Oltre a essere uno dei registi più talentuosi degli ultimi anni, Cianfrance merita il successo soprattutto perché è un grande indagatore dell’animo umano.

Il prossimo The Light Between The Oceans sarà sicuramente un film straordinario.

Francesco Pierucci