LA TEORIA DEL TUTTO: UN BIOPIC SU UNO SCIENZIATO CON L’AMORE PROTAGONISTA

lateoriadeltutto3

Tratto dalla biografia dell’ex moglie dello scienziato Stephen Hawking,Jane Wilde Hawking, La teoria del tutto (The Theory of Everything) è il quarto film per il cinema del regista britannico James Marsh, noto però al pubblico soprattutto per i suoi documentari Man on Wire e Project Nim (il primo vinse l’Oscar nel 2009).

Le vicende del film si concentrano sulla storia d’amore tra Stephen Hawking (Eddie Redmayne), giovane cosmologo dell’università di Cambridge, e Jane (Felicity Jones), laureata in lettere. I due si conoscono ad una festa e Stephen si innamora subito di lei venendo, inaspettatamente, ricambiato. Mentre si appresta a lavorare su una nuova teoria riguardante la nascita dell’universo gli viene diagnosticata una malattia del motoneurone (nel film non si approfondisce quale tra le varie ma Hawking stesso ha affermato di essere affetto da SLA) che colpisce i muscoli volontari e li atrofizza causandone in poco tempo la morte. Nonostante i dottori abbiano previsto che gli manchino solo due anni da vivere, Jane non lo abbandona, lo sposa, incoraggiandolo a continuare il suo lavoro e donandogli tre bambini.

Come detto, il soggetto è la biografia Verso linfinito di Jane Hawking e tale ispirazione influisce non poco sulla trama della pellicola (si ha la sensazione di vedere un film non su Stephen Hawking ma sulla sua ex moglie). A fondare questo sospetto è il fatto che non siamo davanti a un film sulla scienza ma sull’amore. I cultori della scienza ne rimarranno delusi dato che le idee di quello che è (ed è necessario ribadirlo) uno dei più influenti fisici nell’era post Einstein vengono solamente sfiorate e trattate in funzione del suo rapporto con Jane. In molte scene compare la lavagna ma con modalità non proprio azzeccate (Hawking è un fisico teorico, non sperimentale, quindi i suoi studi si basano su calcoli). Si ha così la sensazione che le poche formule comparse servano solo come riempitivo, e non trovano spazio quelle che Hawking ha creato cosi come non vengono raccontate le ore che passava a scrivere e ridimostrare alcuni teoremi degli altri fisici.

La presenza continua dell’amore è in effetti l’elemento che lega inevitabilmente La teoria del tutto a A Beautiful Mind di Ron Howard,fortunato biopic sulla vita del matematico John Nash, premiato con l’Oscar al Miglior Film nel 2001. Anche in quel caso l’amore era l’assoluto protagonista, anche se, oltre a ciò, la schizofrenia di Nash creava impressionati incroci tra illusione e realtà. Il paragone tra le due pellicole diventa inevitabile vista la somiglianza tra alcune scene (famosa è quella della visione delle stelle) e la quasi completa coincidenza nell’andamento dell’intreccio narrativo con un inizio all’insegna del genio dello scienziato protagonista, poi un trionfo dell’amore, i vari problemi e la (parziale) risoluzione degli stessi fino al finale.

Proprio come nel capolavoro di Howard, strepitose sono le prove degli attori principali: Eddie Redmayne sforna una prova memorabile che gli è già valsa il Golden Globe e che molto probabilmente gli varrà l’Oscar (Keaton permettendo). L’attore, che fino a questo film era stato impegnato in parti secondarie e che già dopo questo film si è pericolosamente rigettato nei blockbuster (Jupiter dei fratelli Wachowski, in uscita a breve nelle sale), interpreta uno Stephen Hawking estremamente realistico muovendosi, soffrendo e sorridendo come l’originale. Affascina la sua visione della vita: Stephen, nonostante il suo genio e la sua malattia, è un uomo come noi e vicino a noi.

Ottima prova anche per Felicity Jones che è brava nel lasciarci il dubbio se la sua Jane abbia sposato Stephen Hawking nonostante tutto o se l’abbia sposato proprio perché era certa che gli mancasse poco da vivere. Per lei l’Oscar sarà una meta più difficile da raggiungere vista l’agguerrita concorrenza.

Forse la vita di Hawking poteva offrire qualcosa di più di un film sentimentale, come testimoniano le concezioni religiose dello scienziato (non crede nell’esistenza di Dio) o la sua convinta ostilità nei confronti della guerra. Nonostante ciò, la pellicola risulta comunque un lavoro più che riuscito soprattutto grazie alla straordinaria prova di Redmayne, che vale da sola il prezzo del biglietto.

E poi c’è la scena finale che lascia a bocca aperta: il montaggio che ripercorre andando indietro nel tempo (proprio come la prima teoria di Hawking sull’origine dell’universo), sulle delicate note di Jóhann Jóhannsson,la vita insieme dei due protagonisti è l’essenza della pellicola.

Michael Cirigliano

UN REGISTA TRE FILM – RON HOWARD

Era ancora Richie Cunningham, il miglior amico di Fonzie in Happy Days, quando nel 1977 Ron Howard diresse il suo primo lungometraggio, Attenti a quella pazza Rolls Royce dove, sfruttando l’onda di Happy Days, interpreta anche il personaggio principale. Si trattava di una commediola a basso costo, non proprio un gran film ma fu l’inizio di un’ ottima carriera dietro alla macchina da presa. Poi Howard decise di lasciare Happy Days per seguire definitivamente la carriera di regista e contemporaneamente Richie Cunningham entrò nel servizio militare…  Dopo dei buoni film negli anni ’80, la svolta arriva con Apollo 13 con protagonista Tom Hanks (attore feticcio di Howard), svolta che raggiunge il culmine con A Beautiful Mind. Seguono altri ottimi film quali A Cinderella Man, Frost/Nixon e l’ultimo, bellissimo, Rush nel 2013. Da non dimenticare anche il famosissimo film natalizio Il Grinch (chi non l’ha visto almeno una volta nelle feste?). Durante la sua ormai trentennale carriera, il buon Ron si è dimostrato un artista eclettico, in grado di spaziare tra generi e tematiche diverse: dai biopic ai film storici ai (bisogna dire: non riuscitissimi) thriller basati sui best-seller di Dan Brown. Era difficile migliorare la fama ottenuta con uno dei personaggi principali di quella che forse è la mamma di tutte le serie TV, ma Ron Howard può dire di avercela fatta con successo. Tra i suoi vari lavori (alcuni dei quali francamente da evitare) dunque ecco i miei preferiti.

 

A BEAUTIFUL MIND

 beautmind

Cominciamo col dire, senza mezzi termini, che questa è l’opera maxima del regista di Duncan. Racconta la vita del matematico ed economista John Nash, Premio Nobel per l’economia nel 1994, dall’ingresso a Princeton giovanissimo, passando per la schizofrenia, l’amore per la futura moglie Alicia (interpretata da Jennifer Connely, bellissima come sempre e convincente come non mai nel ruolo che le valse l’oscar da migliore attrice non protagonista. La ritroveremo così in forma solo in Blood Diamond cinque anni dopo) fino al Premio Nobel finale. Ad interpretare John Nash è il Russell Crowe degli anni d’oro fresco della gloria de Il Gladiatore che gli era valsa l’Oscar l’anno precedente. Per questo ruolo inspiegabilmente non lo vinse, ma la pellicola se ne portò a casa cinque tra cui quelli di Miglior Film ( QUI la recensione) e  di Miglior Regista per Ron Howard, finora l’unico della sua carriera. Commovente dall’inizio alla fine, il film ha il pregio non indifferente (e qui sta il merito del regista) di far vivere la malattia del protagonista direttamente allo spettatore in empatia con John Nash dall’inizio in cui le visioni sembrano normali e reali, alla tragica scoperta della malattia, fino all’inevitabile convivenza con essa. Difficilmente superabile, uno dei migliori film degli ultimi quindici anni.

 

FROST/NIXON – IL DUELLO

 frost-nixon

Lo scandalo americano di Watergate (scoppiato nel 1972, portò alle dimissioni del presidente Nixon a seguito di alcune intercettazioni abusive effettuate nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, ad opera di uomini legati al Partito Repubblicano)è una delle pagine più brutte della storia americana che, dopo il pluripremiato Tutti gli uomini del Presidente con Dustin Hoffman, la grande opera di Oliver Stone Gli Intrighi del potere e il geniale episodio in Forrest Gump, Ron Howard torna coraggiosamente a raccontare nel 2008. Si tratta dell’adattamento cinematografico delle vere interviste a Nixon del giornalista britannico David Frost e dell’omonimo dramma teatrale scritto da Peter Morgan, che cura anche la sceneggiatura del film. La pellicola ha ottenuto grandi consensi e apprezzatissima è stata la recitazione di Frank Langella che interpreta un Nixon altezzoso e ostinato, parte che gli valse una nomination all’Oscar come migliore attore protagonista (ma quell’anno c’era Sean Penn con Milk e non si poteva vincere). Howard riesce a dare la giusta tensione narrativa in un film storico, risultato sempre arduo in una pellicola che racconta avvenimenti già noti e soprattutto, a differenza degli altri film su Nixon, guarda l’ex presidente con pietà e non solo come il simbolo della vergogna del Watergate. La scelta tra questo e il comunque imperdibile A Cinderella Man è dettata proprio da questo: a sorprendere è il fatto che non si tratta di uno dei tanti biopic sulla vita di un presidente americano (in questo caso un presidente che può essere un facile bersaglio) ma è un incontro tra due mondi (quello di Frost e quello di Nixon) che comunque si stimano e si compatiscono.

 

RUSH

29845_ppl

L’ultima fatica di Howard, uscito nel 2013 e ignorato completamente dall’Academy agli ultimi Oscar. Narra una delle rivalità più belle nella storia dello sport, quella tra i due piloti Niki Lauda e James Hunt che si contesero il campionato del mondo di Formula 1 nel 1976. La pellicola ci fa rivivere la rivalità tra quelli che sono soprattutto due uomini con le loro passioni e i loro difetti, prima che due grandi piloti. La storia è tutta incentrata sulla contrapposizione tra i due stili di corsa dei due piloti, che sono soprattutto due stili di vita agli antipodi: metodico, risoluto, attento e calcolatore Lauda, ribelle (amante del vizio e della bella vita), pronto ad affrontare ogni rischio pur di vincere, Hunt. Siamo di fronte ad una ricostruzione fedele che si nota, oltre che nei costumi e nel trucco, anche nella scelta del cast: sorprendente è la somiglianza tra Daniel Brühl e il Lauda di quegli anni. Chris Hemsworth invece interpreta un Hunt che in realtà non è mai stato così gagliardo e muscoloso, ma bisogna dargli il merito di coglierne a pieno il fascino un po’ spaccone e scapestrato dell’originale. Bravo Ron che è riuscito a girare un gran film di sport, impresa tutt’altro che scontata. Uno dei film più sottovalutati negli ultimi anni.

 

Michael Cirigliano

2009. THE MILLIONAIRE: LA PICCOLA FAVOLA DI DANNY BOYLE

the-millionaire

La cerimonia dell’Academy del 2009 è ricca di tensione perché forse per la prima volta nella storia non c’è un vero favorito in grado di surclassare gli avversari. The Millionaire di Danny Boyle, Milk di Gus Van Sant, Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher, Frost/Nixon-Il duello di Ron Howard sono tutti buoni film che però in annate meno fortunate non avrebbero mai potuto lottare per aggiudicarsi la statuetta più importante. A trionfare come sappiamo è The Millionaire (in originale Slumdog Millionaire), ottavo film del regista inglese, che decide di trasportare la policromatica suggestività delle sue inquadrature nella sua ambientazione ideale ovvero l’India. Tratto dal romanzo di Vikas Swarup Le dodici domande, il film racconta la storia di Jamal, un ragazzo povero di Mumbai e delle sue vicissitudini che lo porteranno a partecipare al Chi vuol essere milionario indiano per poter riscattare la sua amata Latika da un pericoloso criminale. Dopo aver raccontato l’esistenza dei tossici scozzesi di Trainspotting e dell’epidemia con zombie annessi di 28 giorni dopo, Boyle si confronta con la Bollywood moderna, prima industria cinematografica nel mondo che, dopo il periodo d’oro incarnato dalle gesta di Amitabh Bathchan, ha bisogno di trovare una nuova collocazione nell’universo della settima arte. Non potendo contare su uno stampo narrativo innovativo, l’opera scorre piacevole ma senza regalare eccessivi sussulti. Ciò che più resta nella mente di chi guarda, oltre all’infinita povertà delle baraccopoli, è forse l’orecchiabile canzone  Jai Ho (vincitrice dell’Oscar) cantata dalle Pussycat Dolls con Allah Rahman. Troppo poco per un film che si porta a casa ben otto statuette.

CURIOSITA’: Nel maggio 2009, nonostante gli Oscar, le case delle famiglie di due degli attori bambini, quella di Azharuddin Mohammed Ismail che rappresenta il giovane Salim e quella di Rubina Ali che rappresenta Latika nel film, furono demolite a colpi di ruspa dalle autorità indiane senza alcun preavviso. Nel corso della demolizione il ragazzo e il padre della ragazza furono bastonati dalla polizia.

Francesco Pierucci