UN REGISTA TRE FILM – ROBERT ZEMECKIS

Appena scoccato il 2015, molti di noi si sono sentiti nel futuro, lì dove l’immaginazione di un grande regista contemporaneo aveva catapultato Marty McFly e Doc nella seconda parte de Ritorno al Futuro (ricordiamo che la loro macchina del tempo dovrebbe arrivare il 21 ottobre di questo anno). Ovunque si è scherzato sulle invenzioni previste in quel film e poi realmente realizzate (carburanti alternativi, le videoconferenze, ecc) e su altre non ancora giunte (scarpe che si allacciano da sole e la stessa macchina del tempo).

Quel grande regista contemporaneo è Robert Zemeckis che nel 1985 plasmò un film icona del cinema anni ’80 e della fantascienza in generale, Ritorno al futuro. Fu un successo internazionale talmente enorme che nel 2007 fu scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Ma la carriera del regista di Chicago non si fermò lì, anzi. Già nel 1988 rivoluzionò il mondo del cinema con Chi ha incastrato Roger Rabbit e negli anni ’90 girò uno dei più famosi capolavori della storia del cinema, Forrest Gump con protagonista Tom Hanks che collaborerà nuovamente con Zemeckis in Cast Away. Nonostante qualche clamoroso scivolone come La leggenda di Beowulf, bocciato quasi all’unanimità da pubblico e critica, la stella del celebre regista non si è eclissata fino all’ultima fatica Flight, che ha segnato il suo ritorno al live action dopo un assenza lunga 12 anni.

Ad ottobre è previsto il ritorno nelle sale di Zemeckis con The Walk che, con Joseph Gordon Lewitt protagonista, racconterà la storia di Philippe Petit, il funambolo francese che il 7 agosto 1974 compì la traversata delle Torri Gemelle del World Trade Center su un cavo d’acciaio senza alcuna protezione.

Ora, in questo nuovo appuntamento con la nostra vecchia rubrica “Un regista tre film”, analizzeremo tre tappe della carriera di Zemeckis, in ordine rigorosamente cronologico.

CHI HA INCASTRATO ROGER RABBIT?

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Mentre era ancora in corso la trilogia de Ritorno al Futuro, Zemeckis girò nel 1988 Chi ha incastrato Roger Rabbit. Prodotto da Steven Spielberg (che fu lo scopritore di Zemeckis), è uno dei lavori più innovativi del cinema moderno, capostipite di un vero e proprio filone di film a tecnica mista che unisce il live action all’animazione. Prima di questo film, gli esperimenti per combinare l’animazione con le riprese in live action non avevano mai convinto pienamente il pubblico, a causa dell’incapacità di amalgamare in maniera convincente i due elementi, oltre alla mancanza di reale partecipazione degli interpreti che non riuscivano a simulare l’interazione con elementi che durante le riprese non erano esistenti. Furono necessari tre anni di duro lavoro per portare a compimento questa pellicola: grazie a un lavoro di effetti speciali ottici, i disegni sono perfettamente integrati nelle scene e non sembravano solo delle figurine attaccate appositamente in una fase successiva alle riprese. La simulazione dell’interazione con gli ambienti e gli attori dà così la realistica impressione che i personaggi animati si trovino davvero lì. Decisive sono state le ottime interpretazioni del cast che vi ha partecipato (da Bob Hoskins a Christopher Lloyd) che è riuscito nell’intento di trasmettere la giusta dose di emotività e di mimica fisica. Candidato a 6 Oscar tecnici, ne vinse tre (Miglior Montaggio, Miglior montaggio sonoro, Migliori effetti speciali), oltre ad un Oscar speciale a Richard Williams per la creazione e la direzione delle animazioni.

 

FORREST GUMP

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Ci sono film che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della settima arte e altri in grado di avere un impatto notevole nella cultura popolare. A vent’anni di distanza dall’uscita del capolavoro in questione, si può dire che Forrest Gump sia riuscito a centrare entrambi questi obiettivi. Tratto all’omonimo romanzo di Winston Groom del 1986, il film narra la vita di Forrest Gump, un ragazzo americano dotato di uno sviluppo cognitivo inferiore alla norma ma che fu diretto testimone (e spesse volte addirittura protagonista) di alcune tappe importanti della storia americana. Ad interpretare il protagonista fu scelto Tom Hanks, che quando iniziarono le riprese non aveva ancora vinto l’Oscar per Philadelphia ma che bissò il successo nel 1994 nei panni di Forrest, vincendo due Oscar di fila ed eguagliando il record (ancora imbattuto) di Spencer Tracy. Oltre a ciò, Hanks si portò anche a casa 8 milioni di dollari come compenso, una cifra da capogiro considerando l’epoca e il fatto che Hanks non fosse ancora una stella di primo ordine. Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, la forza di questa pellicola sta nel riuscire a rendere un personaggio di fantasia una figura importante in eventi cardine del Dopoguerra a stelle e strisce come la Guerra del Vietnam e lo scandalo di Watergate. Questo grazie alle tecniche CGI che permisero che il personaggio di Forrest incontrasse anche personaggi defunti come il presidente Kennedy e John Lennon, e perfino che stringesse loro la mano. L’effetto finale è un coinvolgimento dello spettatore, che è naturalmente indotto a pensare che Forrest Gump sia realmente esistito. Per questo innovativo uso degli effetti visivi, il film ha vinto il Premio Oscar nella categoria. Oltre ai due Oscar citati, il film ne portò a casa altri 4 (su 13 candidature), segnando la definitiva consacrazione di Zemeckis che vinse come Miglior Regista (l’unico in carriera), soffiando l’ambita statuetta nientemeno che a Quentin Tarantino, in lizza per Pulp Fiction.

 

 CAST AWAY

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Sei anni più tardi, il sodalizio tra il regista e Tom Hanks si rinnovò con Cast Away. Ne uscì un altro ottimo film che riuscì a rendere originale un tema risalente come quello dell’uomo unico naufrago su un’isola deserta. Il personaggio in questione è Chuck Noland, dirigente operativo della FedEx, nota azienda di spedizione merci in tutto il mondo, il cui aereo diretto in Thailandia, precipita in mare. Chuck si salva approdando su un’isola deserta dove impara a sopravvivere e rimane per quattro anni. Per non impazzire, diverrà amico di un pallone che chiamerà Wilson e che sarà fonte di ispirazione in varie opere successive. Tom Hanks regge la scena praticamente da solo per un’ora, senza annoiarci ma emozionandoci e strabiliandoci con la sua “amicizia” con il pallone Wilson. Un tale sforzo artistico e di genialità non fu però apprezzato a dovere dall’Academy, che preferì premiare un’altra performance storica (ma forse di minore fattura), come quella di Russell Crowe ne Il Gladiatore. Zemeckis non ottenne premi di primo piano ma ebbe il non indifferente merito di affiancare il suo film ad un colosso come il romanzo Robinson Crusoe di Daniel Defoe nell’immaginario collettivo. Senza dimenticare che aprì la strada a un caposaldo della serialità mondiale quale Lost, la cui idea venne al numero uno della ABC Lloyd Brown guardando proprio Cast Away.

Michael Cirigliano

UN REGISTA TRE FILM – RON HOWARD

Era ancora Richie Cunningham, il miglior amico di Fonzie in Happy Days, quando nel 1977 Ron Howard diresse il suo primo lungometraggio, Attenti a quella pazza Rolls Royce dove, sfruttando l’onda di Happy Days, interpreta anche il personaggio principale. Si trattava di una commediola a basso costo, non proprio un gran film ma fu l’inizio di un’ ottima carriera dietro alla macchina da presa. Poi Howard decise di lasciare Happy Days per seguire definitivamente la carriera di regista e contemporaneamente Richie Cunningham entrò nel servizio militare…  Dopo dei buoni film negli anni ’80, la svolta arriva con Apollo 13 con protagonista Tom Hanks (attore feticcio di Howard), svolta che raggiunge il culmine con A Beautiful Mind. Seguono altri ottimi film quali A Cinderella Man, Frost/Nixon e l’ultimo, bellissimo, Rush nel 2013. Da non dimenticare anche il famosissimo film natalizio Il Grinch (chi non l’ha visto almeno una volta nelle feste?). Durante la sua ormai trentennale carriera, il buon Ron si è dimostrato un artista eclettico, in grado di spaziare tra generi e tematiche diverse: dai biopic ai film storici ai (bisogna dire: non riuscitissimi) thriller basati sui best-seller di Dan Brown. Era difficile migliorare la fama ottenuta con uno dei personaggi principali di quella che forse è la mamma di tutte le serie TV, ma Ron Howard può dire di avercela fatta con successo. Tra i suoi vari lavori (alcuni dei quali francamente da evitare) dunque ecco i miei preferiti.

 

A BEAUTIFUL MIND

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Cominciamo col dire, senza mezzi termini, che questa è l’opera maxima del regista di Duncan. Racconta la vita del matematico ed economista John Nash, Premio Nobel per l’economia nel 1994, dall’ingresso a Princeton giovanissimo, passando per la schizofrenia, l’amore per la futura moglie Alicia (interpretata da Jennifer Connely, bellissima come sempre e convincente come non mai nel ruolo che le valse l’oscar da migliore attrice non protagonista. La ritroveremo così in forma solo in Blood Diamond cinque anni dopo) fino al Premio Nobel finale. Ad interpretare John Nash è il Russell Crowe degli anni d’oro fresco della gloria de Il Gladiatore che gli era valsa l’Oscar l’anno precedente. Per questo ruolo inspiegabilmente non lo vinse, ma la pellicola se ne portò a casa cinque tra cui quelli di Miglior Film ( QUI la recensione) e  di Miglior Regista per Ron Howard, finora l’unico della sua carriera. Commovente dall’inizio alla fine, il film ha il pregio non indifferente (e qui sta il merito del regista) di far vivere la malattia del protagonista direttamente allo spettatore in empatia con John Nash dall’inizio in cui le visioni sembrano normali e reali, alla tragica scoperta della malattia, fino all’inevitabile convivenza con essa. Difficilmente superabile, uno dei migliori film degli ultimi quindici anni.

 

FROST/NIXON – IL DUELLO

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Lo scandalo americano di Watergate (scoppiato nel 1972, portò alle dimissioni del presidente Nixon a seguito di alcune intercettazioni abusive effettuate nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, ad opera di uomini legati al Partito Repubblicano)è una delle pagine più brutte della storia americana che, dopo il pluripremiato Tutti gli uomini del Presidente con Dustin Hoffman, la grande opera di Oliver Stone Gli Intrighi del potere e il geniale episodio in Forrest Gump, Ron Howard torna coraggiosamente a raccontare nel 2008. Si tratta dell’adattamento cinematografico delle vere interviste a Nixon del giornalista britannico David Frost e dell’omonimo dramma teatrale scritto da Peter Morgan, che cura anche la sceneggiatura del film. La pellicola ha ottenuto grandi consensi e apprezzatissima è stata la recitazione di Frank Langella che interpreta un Nixon altezzoso e ostinato, parte che gli valse una nomination all’Oscar come migliore attore protagonista (ma quell’anno c’era Sean Penn con Milk e non si poteva vincere). Howard riesce a dare la giusta tensione narrativa in un film storico, risultato sempre arduo in una pellicola che racconta avvenimenti già noti e soprattutto, a differenza degli altri film su Nixon, guarda l’ex presidente con pietà e non solo come il simbolo della vergogna del Watergate. La scelta tra questo e il comunque imperdibile A Cinderella Man è dettata proprio da questo: a sorprendere è il fatto che non si tratta di uno dei tanti biopic sulla vita di un presidente americano (in questo caso un presidente che può essere un facile bersaglio) ma è un incontro tra due mondi (quello di Frost e quello di Nixon) che comunque si stimano e si compatiscono.

 

RUSH

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L’ultima fatica di Howard, uscito nel 2013 e ignorato completamente dall’Academy agli ultimi Oscar. Narra una delle rivalità più belle nella storia dello sport, quella tra i due piloti Niki Lauda e James Hunt che si contesero il campionato del mondo di Formula 1 nel 1976. La pellicola ci fa rivivere la rivalità tra quelli che sono soprattutto due uomini con le loro passioni e i loro difetti, prima che due grandi piloti. La storia è tutta incentrata sulla contrapposizione tra i due stili di corsa dei due piloti, che sono soprattutto due stili di vita agli antipodi: metodico, risoluto, attento e calcolatore Lauda, ribelle (amante del vizio e della bella vita), pronto ad affrontare ogni rischio pur di vincere, Hunt. Siamo di fronte ad una ricostruzione fedele che si nota, oltre che nei costumi e nel trucco, anche nella scelta del cast: sorprendente è la somiglianza tra Daniel Brühl e il Lauda di quegli anni. Chris Hemsworth invece interpreta un Hunt che in realtà non è mai stato così gagliardo e muscoloso, ma bisogna dargli il merito di coglierne a pieno il fascino un po’ spaccone e scapestrato dell’originale. Bravo Ron che è riuscito a girare un gran film di sport, impresa tutt’altro che scontata. Uno dei film più sottovalutati negli ultimi anni.

 

Michael Cirigliano

FILM BRUTTI 01: MAN OF STEEL

Ammettiamolo. Fare un film su Superman è molto difficile.  Ne sanno qualcosa Richard Donner e Christopher Reeve: si dice infatti che quest’ultimo dopo aver visto la Trilogia dell’Uomo d’Acciaio da lui recitata sia rimasto paralizzato dalla bruttezza assieme al suo storico compagno di Pong, Stephen Hawking. Fare un film su Superman diventa ancora più difficile quando un promettente regista del Wisconsin (ho adorato 300 e Sucker Punch), ossequioso delle mode attuali, decide di conferirgli un’inesistente sfumatura dark (alla Iron Man 3 per capirci…). Se poi ci aggiungiamo attori che recitano come cani affetti da leishmaniosi:

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personaggi inutili e una sceneggiatura scritta con i trillici e ricolma di buchi neri (Stephen ne sa qualcosa), allora si può comprendere come Man of Steel sia uno dei cinecomic più ridicoli mai realizzati (a mio avviso batte addirittura il pessimo The Amazing Spiderman). Ma per riassumere tutto il mio disgusto, mi vorrei soffermare su due scene simboliche: la morte di Kevin Costner e l’epilogo.

Per quanto riguarda la prima, non ricordo una morte così stupida dai tempi del padre di Dawson.

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(Gelato al cioccolato dolce e un po’ salato…)

Per chi non avesse visto il film: nel bel mezzo di un tornado, la famiglia Kent si dimentica il cane in macchina. Qual è il problema, direte voi, ci mando Superman e in due secondi mi riporta il cane vivo e la macchina senza neanche un’ammaccatura! Col cazzo, risponde Snyder! Ci mando Kevin Costner  che crede di essere ancora Mariner e lo faccio morire da pirla e senza alcuna logica!  La cosa che più mi irrita è che non solo Superman non fa niente mentre la tromba d’aria sta per dilaniare quella mummia del padre (su Russell Crowe manco mi soffermo) ma blocca pure il tentativo della madre di salvare suo marito.

La scena finale invece è un tenero elogio alla demenza senile e al morbo d’Alzeihmer: dopo sette ore di film in cui tutti sanno chi diavolo è Superman, quest’ultimo si presenta al Daily Planet con un abito decente al posto delle mutande rosse e con un paio d’occhiali da nerd e…magia: manco fosse Arturo Brachetti, il giovane Clark Kent appare come uno sconosciuto a chi gli aveva parlato appena 5 minuti prima. Degno di Falcoman…

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Francesco Pierucci