1993. GLI SPIETATI: IL WESTERN PERFETTO DEL MAESTRO EASTWOOD

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Chi è il padrone di questo cesso?

Con questa epica frase William Munny (un Clint Eastwood in grande spolvero), ex assassino che ha rinnegato il proprio passato, si presenta nel saloon per uccidere lo sceriffo Little Bill Duggett (un crudele e convincente Gene Hackman), nonostante ciò voglia dire infrangere la promessa fatta alla moglie in punto di morte.

Il rapporto tra l’Academy e i grandi maestri si sa è sempre stato controverso. Eastwood, indiscutibilmente uno dei più grandi autori della storia del cinema (forse l’unico in grado di fondere così armonicamente classicismo e modernismo), non fa eccezione e deve aspettare il suo sedicesimo (!) film da regista per ricevere quel riconoscimento tanto agognato e meritato. L’unico vero antagonista de Gli Spietati (orrenda traduzione dell’originale  Unforgiven, letteralmente “coloro che non vengono perdonati”) nella corsa al Miglior Film era Scent of a Woman- Profumo di donna di Martin Brest che si accontentò della statuetta per il Migliore Attore Protagonista (uno straordinario Al Pacino che interpreta un cieco). Il film di Eastwood invece si portò a casa altri tre riconoscimenti (regia, attore non protagonista a Gene Hackman e montaggio), oltre al diventare il terzo western della storia del cinema ad aver vinto l’Oscar di miglior film, dopo I pionieri del West (1931) e Balla coi lupi (1990) di Kevin Costner. Ma chi sono in fondo gli “Unforgiven“? Forse lo è William Munny, che convive da sempre con il senso di colpa (tema centrale nella filmografia eastwoodiana) per il suo passato da bandito o probabilmente lo è Little Bill Duggett con la sua morte che non contempla alcuna catarsi. Il film non dà risposte certe ma, tra una sparatoria e un’esecuzione, ragiona sapientemente sul tema della violenza che è da sempre insito nella cultura americana. Un western crepuscolare che è probabilmente il migliore del suo genere. Capolavoro assoluto.

CURIOSITA’: Nei titoli di coda Eastwood inserisce una dedica particolare, “a Sergio e Don”, per ricordare i due maestri che lanciarono la sua carriera e che gli insegnarono ad amare il cinema: Sergio Leone e Donald Siegel

Francesco Pierucci

PHILIP SEYMOUR HOFFMAN: UN RICORDO

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La morte di Philip Seymour Hoffman scrive un ulteriore nefasto capitolo sugli attori morti prematuramente. Non cercherò di giudicare Hoffman come uomo ma mi limito a omaggiarlo come artista. La prima volta che l’ho visto, scolaretto riccastro e infame, era proprio in uno dei miei film preferiti Scent of a Woman-Profumo di donna. La conferma del suo talento arrivò per me con quel piccolo ruolo ne Il Grande Lebowski che in pochi ricordano ma che è decisamente divertente, esilarante come il suo Allen di Happiness- Felicità, timido ma ossessionato dal sesso. L’esplosione definitiva per la sua carriera avviene grazie al connubio con Paul Thomas Anderson: da Sydney a Boogie Nights passando per lo splendido Magnolia sino a Ubriaco d’amore, i due danno vita  ad opere poetiche e originali. In generale, ciò che più mi piace ricordare di Hoffman è stata la sua straordinaria capacità di esasperare la tragicità di tutti i suoi personaggi, sia comici che drammatici: il Sandy di ….e alla fine arriva Polly non ha niente da invidiare al cinico Truman Capote così come il Conte di I Love Radio Rock merita la medesima considerazione del Lancaster Dodd di The Master, senza tralasciare il tormentato Caden Cotard di Synecdoche, New York. La sua filmografia, sebbene eterogenea (si va dal cinema indipendente ai blockbuster), è indubbiamente costituita da lungometraggi che rimarranno a lungo nella memoria degli spettatori. Personalmente, il mio ultimo ricordo, va al suo Andrew Hanson di Onora il padre e la madre di Lumet: raramente ho visto raggiungere da un attore tale livello di bravura. Peccato.

 

Francesco Pierucci