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UN REGISTA, TRE FILM: PAOLO SORRENTINO

Reduce dalla produzione della serie TV “The Young Pope” con Jude Law, Paolo Sorrentino, premio Oscar per La grande bellezza, è uno dei registi contemporanei più apprezzati sia in Italia che, soprattutto, all’estero. Amato o disprezzato, al regista napoletano non si può negare il merito di essere in parte riuscito a conciliare il cinema d’autore con i gusti del grande pubblico. Questi i tre film preferiti dal Disoccupato Illustre.

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FLOP 5 – I PEGGIORI FILM DEL 2015

Ancora un mese e anche il 2015 andrà agli archivi e, come ogni anno, questo è il periodo dei bilanci. Se tra non molto vi presenteremo la tradizionale classifica da parte di tutti i componenti della redazione sui migliori film del 2015, con l’articolo di oggi vogliamo darvi nota dei peggiori prodotti cinematografici dell’anno che sta per volgere al termine.

Protagonisti di questa classifica non sono i film peggiori in assoluto (per ovvi motivi di imbarazzo della scelta) ma quei film che per budget, cast e aspettative avevano fatto ben sperare e che invece sono risultati dei fallimenti senza mezzi termini.

Non daremo conto dei vari Mortdecai e Child 44, che avrebbero cittadinanza in questa classifica ma che hanno gia avuto fin troppo spazio nel blog.

THE GUNMAN

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Non è che ci aspettassimo granché dal francese Pierre Morel, già regista dell’imbarazzante From Paris with Love del 2010 però con un cast che annovera Premi Oscar come Sean Penn e Javier Bardem (oltre ad Idris Elba), qualcosa di più era lecito attendersi.

È costato 40 milioni di dollari ma, oltre a essere un flop per la critica, ha avuto poco da dire anche al botteghino incassando solo 10,7 milioni.

E pensare che ci avevano straziato per mesi dicendo che sarebbe stato il primo film d’azione con Sean Penn ma il giochetto non ha funzionato. Meglio rimuovere questa parentesi e limitiamoci a ricordare il 2015 dell’attore di Milk e Mystic River esclusivamente per la battuta su Iñárritu agli ultimi Academy Awards.

TERMINATOR: GENISYS

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Completamente slegato dai precedenti capitoli, questo nuovo episodio della saga cinematografica con protagonista Arnold Schwarzenegger non ha fatto altro che confermare (se non peggiorare) l’indecente trend intrapreso dopo i primi due indimenticabili Terminator di James Cameron, che non voleva che la saga andasse avanti (il finale de Il giorno del giudizio è eloquente) e che infatti rifiutò di dirigere il terzo film della saga. Distrutto dalla critica di ogni angolo della Terra che l’ha paragonato (senza esagerare) ad un action comedy, è andato male anche al box office. Ma a salvare il tutto è stata la distribuzione in Cina che ha permesso alla produzione di andare in pari con i costi, oltre che mettere in cantiere due nuovi capitoli. Dio ce ne scampi.

JUPITER ASCENDING

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Noti alla stragrande maggioranza del pubblico per la geniale trilogia di Matrix, i fratelli Lana e Andy Wachowski ci avevano gia “deliziato” con Speed Racer che, uscito nel 2008, continua a fare la sua porca figura nella top 50 dei film con maggiori perdite di ogni tempo. A tre anni dal precedente lavoro, Cloud Atlas, quest’anno è uscito il loro settimo film alla regia: Jupiter – Il destino dell’universo. La storia è quella di una ragazza che pulisce i cessi (letteralmente), figlia di una famiglia immigrata in America che, tutto ad un tratto, scopre di essere al centro di una trama intergalattica (robe mai viste). Se bisogna dare il merito ai due registi di avere creato un mondo colmo di dettagli, di tecnologie plasmate da zero e con una mitologia originale, bisogna comunque arrendersi al fatto che se si tolgono gli occhi dalla bellissima Mila Kunis, resta ben poco.

PAN

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Ed ecco che al tanto desiderato primo posto nella classifica di cui parlavamo sopra sui film con il passivo più alto nella storia del cinema, svetta la recentissima (è uscito in Italia il 12 novembre) rivisitazione del classico Peter Pan. Nonostante sulla carta abbia tutto quel che serve, dal motivo romantico, al cattivo carismatico Hugh Jackman (privo di qualsiasi attrattiva), in realtà la regia di Joe Wright si rivela non essere all’altezza. Il film si accomoda quasi subito sulla poltrona della monotonia e anche le poche idee paiono essere stridenti e insensate come l’uso di Smells like teen spirit come inno malefico. Quel che dovrebbe emozionare ovvero la tensione e l’eccitazione della sfida al limite delle proprie possibilità in luoghi sconosciuti e incantevoli, in realtà puzza di racconto forzato.

Come detto, è stato un disastro in termini economici con perdite riportate maggiori di 180 milioni di dollari.

THE FANTASTIC FOUR

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Ci sono maledizioni nel mondo del cinema che non hanno alcuna voglia di svanire. Una di questa è quella dei film sul franchise dei Fantastici 4. Risalgono rispettivamente al 2005 e al 2007 I Fantastici 4 (di cui il film di quest’anno è il reboot) e I Fantastici 4 e Silver Surfer: entrambi furono dei clamorosi flop.

Il film uscito a settembre 2015 invece riduce la storia dell’origine del celebre gruppo di supereroi a un racconto di nerd post-adolescenti che hanno ottenuto poteri incredibili ma che non riescono a controllare. L’aspetto più difficile da tollerare, trattandosi di un film d’azione, è che ci sono pochissime scene di azione. Gli effetti speciali sono dello stesso livello del filmino della mia prima comunione, la recitazione è goffa e i dialoghi sono densi di pietosi cliché. Sconsacrato dagli stessi attori (in primis da Kate Mara), è di pochi giorni fa la notizia della cancellazione del seguito previsto nel 2017 da parte della 20th Century Fox.

Michael Cirigliano

OSCAR 2015: BIRDMAN (O L’IMPREVEDIBILE VIRTU’ DELL’IGNORANZA)

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“Chi ha dato la green card a questo figlio di puttana?”. Con questa improbabile formula introduttiva Sean Penn ha svelato al mondo quello che in molti si aspettavano: al suo quinto film, il terzo in lingua inglese, Alejandro Gonzalez Iñárritu riesce a centrare l’en plein vincendo gli ambiti Oscar per il Miglior Film, per la Miglior Regia e per la Migliore Sceneggiatura Originale lasciando a bocca asciutta il povero Linklater, sbattutosi con Boyhood in una fatica lunga 11 anni.

In concorso alla 71esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Birdman è un film che Hollywood sentiva il bisogno di fare. Per due motivi. Negli ultimi anni sono stati tanti (forse troppi) i film sui supereroi. L’imbarazzo negli ambienti cinefili della Città degli Angeliper avere fatto tanti soldi in questo modo è tanto lampante quanto fastidioso. Ed è un po’ la stessa vergogna che Riggan Thomson (Michael Keaton) prova per la fama guadagnatosi con la figura del supereroe piumato Birdman, che tanto gli ha dato ma dal quale vuole disperatamente allontanarsi mettendo in scena a Broadway uno spettacolo teatrale tratto dall’opera “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver. Ma perché la scelta di rilanciarsi proprio con un’opera teatrale? Qui arriviamo al secondo motivo. Questo è un film che vuole, una volta per tutte, ammettere quel senso di inferiorità che da sempre è insito nel cinema nei confronti del teatro. Come dice Naomi Watts/Lesley: “Quando reciti a Broadway vuol dire che sei arrivato, come attore, sei un vero attore”.

Il protagonista è interpretato da Michael Keaton, un attore veramente in declino da anni (alla prima parte importante dai tempi dei due Batman di Tim Burton) e questo contribuisce a dare maggiore credibilità al personaggio di Thomson. La pellicola lo vede al centro di ognuna delle varie storie che si amalgamano alla perfezione. È un viaggio nella mente dell’attore, nelle sue paure, nei suoi deliri e nelle sue ossessioni. E la sceneggiatura co-scritta dallo stesso Iñárritu non perde l’occasione di giocare su questi vari piani tenendo in parallelo due sentieri narrativi, quello reale e quello immaginato da Thompson fino alla fusione finale.

La regia di Iñárritu è notevole soprattutto nel dare l’impressione che l’intero film sia stato girato in un unico piano sequenza. Il film dura 2 ore e sarebbe stato quasi impossibile riprenderlo tutto in un colpo solo: i piani sequenza sono quindi uniti e l’effetto finale è molto realistico, a tratti sbalorditivo. Gli attori hanno dovuto comunque fare i conti con scene che duravano più di 10 minuti e in alcune di esse la cinepresa passa da una stanza all’altra e dall’interno verso gli esterni. Iñárritu ha detto che con tale tecnica cinematografica ha voluto dare al pubblico l’impressione di una “realtà da cui non si può sfuggire, perché viviamo le nostre vite senza la possibilità di fare un montaggio”. Una scelta del genere non sarebbe stata plausibile senza la grande prova di un cast stellare. Non delude nessuno: da Edward Norton a Zack Galifianakis, passando per la sorprendente Emma Stone. Ma il rimpianto rimane per Michael Keaton, che a 63 anni ha dato vita all’interpretazione di gran lunga migliore della sua carriera e che avrebbe meritato l’Oscar per il Miglior Attore Protagonista. L’Academy gli ha preferito Eddie Redmayne, che a 33 anni chissà quante altre occasioni avrebbe avuto per vincerlo. Peccato per Mike che aveva il discorso già pronto.

Michael Cirigliano

TOP 5: L’AMORE OMOSESSUALE AL CINEMA

Fin dalle sue origini il cinema racconta, in modi diversi e tra molti ostacoli, l’amore omosessuale. Dalla danza tra due maschi in Dickson Experimental Sound Film, un prodotto sperimentale della Edison Studios datato 1895 al bacio tra Marlene Dietrich, travestita da uomo, e una donna in Marocco (1930), da Charlie Chaplin che bacia una donna mascherata da uomo in Charlot macchinista c(1916) ai tormenti della MacLaine, innamorata di Audrey Hepburn in Quelle due (1962). Nonostante le censure che ne hanno brutalmente dimezzato (se non di più) i titoli, principalmente il codice Hays a Hollywood durante il periodo classico che elimina i riferimenti omosessuali presenti nei libri da cui sono stati tratti capolavori come Giorni Perduti di Billy Wilder o Rebecca la prima moglie di Hitchcock, sono tanti i film che trattano questa tematica. Gli ultimi Pride, The Imitation Game o La vita di Adele, che hanno avuto molto successo di critica e pubblico, non fanno altro che confermare e rilanciare una tematica che in passato ha regalato molti capolavori. Ecco qui i nostri cinque preferiti.

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I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN

Ang Lee, 2000. Due cowboy che lavorano occasionalmente assieme per la stagione estiva nella località di Brokeback Mountain, hanno un’attrazione reciproca che sfocia in un rapporto sessuale. La vita li porta in direzioni differenti, ma il cuore resta sulle montagne. Un film sensibilissimo, emozionante, ben girato. La tematica è prima gettata come un macigno sulla trama poi trattata con leggerezza disarmante. “Heath Ledger sembra Marlon Brando”, disse Ang Lee. Come dargli torto.

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GIOVENTU’ BRUCIATA

I protagonisti del film sono altri, ma il personaggio di Sal Mineo è indimenticabile.

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QUALCOSA E’ CAMBIATO

Una sceneggiatura tra le migliori degli ultimi anni; il film ha negli scambi di battute tra il perfido disturbato Melvin e il sensibile omosessuale Simon i suoi momenti più alti. In questo film c’è la dichiarazione d’amore più bella della storia del cinema. Nicholson e Hunt ebbero meritatamente l’Oscar nell’anno di Titanic; lo meritava anche Greg Kinnear come Non Protagonista. Peccato.

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MILK

Non devo certo parlarne io; il film ha avuto un successo tale da esser conosciuto e osannato da tutti. Sean Penn, attore protagonista, ebbe l’Oscar come Miglior Attore.

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IL VIZIETTO

La vita di Renato e Albin, coppia omosessuale che da anni gestisce un locale a Saint Tropez, viene sconvolta dalla comparsa del figlio del primo, frutto di un’unica, randagia esperienza etero. Film cult di Eduard Molinaro, con Tognazzi e Serrault in forma smagliante. Commedia deliziosa.

Matteo Chessa

RIMPIANTI DA OSCAR – MYSTIC RIVER, LA FORZA DEL PASSATO SECONDO CLINT EASTWOOD

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Mentre in Italia Simona Ventura da lì a qualche giorno avrebbe condotto il peggior Festival di Sanremo della storia della più grande kermesse italiana, a Los Angeles il 29 febbraio 2004 fu il giorno dell’apoteosi de Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re di Peter Jackson che si aggiudicò 11 statuette (su 11 candidature) eguagliando il record di Titanic e Ben Hur.

Non stiamo parlando del capitolo migliore della saga (tant’è che l’Oscar è da ritenere un riconoscimento all’intera trilogia) e nemmeno del migliore tra i candidati di quell’anno visto che il 2004 segnò anche il ritorno ad altissimi livelli di Clint Eastwood con uno dei suoi lavori migliori in assoluto, Mystic River.

Le vicende iniziano nel 1975: un bambino viene prelevato da un uomo portato via con un’auto. Verrà violentato e poi riuscirà a fuggire. Due suoi compagni scampano alla stessa sorte. 25 anni dopo, l’uomo, Dave (interpretato da Tim Robbins) ha una moglie (Celeste, Marcia Gay Harden) e un figlio. I suoi due amici sono divenuti uno un poliziotto (Sean, Kevin Bacon) e l’altro un commerciante (Jimmy, Sean Penn). Un giorno la figlia diciannovenne di quest’ultimo viene trovata massacrata e i sospetti ricadono proprio su Dave. Questo è solo l’inizio di un thriller atipico che non si risparmia colpi di scena (come lo stesso finale che lascia letteralmente senza fiato) ma che fa dell’esplorazione degli stati d’animo e delle esistenze dei personaggi il suo punto di forza.

Clint girò la pellicola in soli 39 giorni (si superò l’anno seguente girando Million Dollar Baby in 37 giorni) portando sullo schermo il romanzo La morte non dimentica di Dennis Lehane (che interpreta un cameo, appare su una decappottabile durante la parata finale). Il risultato è un film doloroso e carico di riflessioni profonde e angoscianti che ritrae abilmente le diverse modalità di interpretazione delle vicende esistenziali a partire dalle differenti reazioni al lutto e al dolore che divergono a seconda delle esperienze vissute in passato. È un film che guarda indietro, con flashback e analogie, attraverso un viaggio interiore che i tre protagonisti si trovano a dover affrontare. E per un’opera del genere, il regista californiano trova in Sean Penn e Tim Robbins due interpreti ideali (premiati entrambi con l’Oscar). Il primo, uno dei migliori attori degli ultimi anni, domina la scena riuscendo a conferire al personaggio del padre dilaniato dal lutto una profondità e una complessità indescrivibili. Robbins interpreta magistralmente la parte dell’adulto problematico in lotta con i fantasmi del suo tragico passato di vittima e continuando a essere vittima, ma del suo destino. Bene anche Kevin Bacon, bravissimo nel far nascondere i problemi del suo Sean al mondo e soprattuto a se stesso.

Peccato per Clint Eastwood che non si portò a casa nemmeno la Miglior Regia (vinse Peter Jackson) ma si sarebbe riscattato l’anno dopo stregandoci ancora una volta e per l’ennesima volta, con Million Dollar Baby.

Michael Cirigliano

UN REGISTA TRE FILM: BRIAN DE PALMA

La fama che circonda alcune opere di Brian De Palma, regista americano in attività dagli anni 60, potrebbe rendere quasi banale la stesura di una classifica che annoveri i tre film migliori. Quasi tutti i più famosi appartengono al genere gangsterisco, da Scarface a Carlito’s way passando attraverso Gli Intoccabili, ma sarebbe ingiusto non riconoscere l’ottima capacità di De Palma di passare tra vari generi e controllarli tutti con maestria e sicurezza, mantenendo tra l’altro invariati i capisaldi della sua cinematografia: il tema del doppio, la scopofilia, la perdita di identità, l’insicurezza, l’omertà. Con i primi lavori comici, Greetings e Hi Mom! col giovane De Niro, e le pellicole hitchcockiane, quelle di (contro la) guerra, fino ai noir e i film in costume o addirittura la fantascienza,  De Palma può essere sicuramente annoverato tra i registi più prolifici della New Hollywood. Ecco tre pellicole scelte dal D.I, cercando di non essere banali.

LE DUE SORELLE

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Danielle Bréton, modella americana, passa la notte con un uomo che la mattina seguente viene massacrato a coltellate dalla sorella gemella. Aiutata dall’ex marito fa sparire il corpo, ma la giornalista Grace Collier vede tutto dalla finestra e cerca di dimostrare il tutto alla polizia. Thriller psicologico sulle orme di Hitchcock (La finestra sul cortile, Marnie, Psyco e Io ti salverò), presenta tutti i temi che seguiteranno nella sua carriera: il doppio, la visione voyeuristica, l’intro finta che esula dal genere trattato (qui un programma tv). Ottima prova attoriale della protagonista Margot Kidder nella parte delle due sorelle. Nonostante sia agli inizi della carriera De Palma regala qui la sua prima perla, una sequenza onirica terrificante, in b/n, in cui scopriamo la verità sulle due gemelle.

CARLITO’S WAY

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Il capolavoro di De Palma, punto più alto di una carriera con molti picchi (Scarface, Mission Impossible); tutto è però inferiore a Carlito’s Way, bellissimo gangster movie che narra le vicende di Carlito Brigante (un Al Pacino in grande spolvero), ex spacciatore portoricano uscito dal carcere dopo 5 anni con la voglia di restare pulito. Sfortuna vuole che il suo avvocato David Kleinfeld (Sean Penn) sia in debito con la mafia. Per un atto di riconoscenza lo aiuta, ma le cose prendono una brutta piega… Bellissima trama, bellissime recitazioni, una regia che non perde mai il controllo della situazione e un inseguimento finale in stazione da capogiro. Cosa volete di più?

REDACTED

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La trama è simile a quella di Vittime di guerra (alcuni uomini dell’esercito americano stuprano e uccidono una indigena); è diversa la guerra, lì Vietnam qui Iraq, e il modo di raccontare dato che in Redacted si utilizza il piglio documentaristico (nonostante tutto sia finzione). Il risultato è un atroce affresco della malvagità umana nascosta sotto abiti protettivi, una critica feroce all’operato statunitense sul fronte, dove più che protettori i soldati vestono i panni dei carnefici. Connotato da una forte intermedilità (riprese video amatoriali, estratti da YouTube e camere nascoste) che cerca di nascondere la mano del regista. Appartiene alla ristretta cerchia di film sulla guerra in Iraq, ed è sicuramente il più feroce nella sua critica (assieme a SOP di Errol Morris).

Matteo Chessa

UN REGISTA TRE FILM – RON HOWARD

Era ancora Richie Cunningham, il miglior amico di Fonzie in Happy Days, quando nel 1977 Ron Howard diresse il suo primo lungometraggio, Attenti a quella pazza Rolls Royce dove, sfruttando l’onda di Happy Days, interpreta anche il personaggio principale. Si trattava di una commediola a basso costo, non proprio un gran film ma fu l’inizio di un’ ottima carriera dietro alla macchina da presa. Poi Howard decise di lasciare Happy Days per seguire definitivamente la carriera di regista e contemporaneamente Richie Cunningham entrò nel servizio militare…  Dopo dei buoni film negli anni ’80, la svolta arriva con Apollo 13 con protagonista Tom Hanks (attore feticcio di Howard), svolta che raggiunge il culmine con A Beautiful Mind. Seguono altri ottimi film quali A Cinderella Man, Frost/Nixon e l’ultimo, bellissimo, Rush nel 2013. Da non dimenticare anche il famosissimo film natalizio Il Grinch (chi non l’ha visto almeno una volta nelle feste?). Durante la sua ormai trentennale carriera, il buon Ron si è dimostrato un artista eclettico, in grado di spaziare tra generi e tematiche diverse: dai biopic ai film storici ai (bisogna dire: non riuscitissimi) thriller basati sui best-seller di Dan Brown. Era difficile migliorare la fama ottenuta con uno dei personaggi principali di quella che forse è la mamma di tutte le serie TV, ma Ron Howard può dire di avercela fatta con successo. Tra i suoi vari lavori (alcuni dei quali francamente da evitare) dunque ecco i miei preferiti.

 

A BEAUTIFUL MIND

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Cominciamo col dire, senza mezzi termini, che questa è l’opera maxima del regista di Duncan. Racconta la vita del matematico ed economista John Nash, Premio Nobel per l’economia nel 1994, dall’ingresso a Princeton giovanissimo, passando per la schizofrenia, l’amore per la futura moglie Alicia (interpretata da Jennifer Connely, bellissima come sempre e convincente come non mai nel ruolo che le valse l’oscar da migliore attrice non protagonista. La ritroveremo così in forma solo in Blood Diamond cinque anni dopo) fino al Premio Nobel finale. Ad interpretare John Nash è il Russell Crowe degli anni d’oro fresco della gloria de Il Gladiatore che gli era valsa l’Oscar l’anno precedente. Per questo ruolo inspiegabilmente non lo vinse, ma la pellicola se ne portò a casa cinque tra cui quelli di Miglior Film ( QUI la recensione) e  di Miglior Regista per Ron Howard, finora l’unico della sua carriera. Commovente dall’inizio alla fine, il film ha il pregio non indifferente (e qui sta il merito del regista) di far vivere la malattia del protagonista direttamente allo spettatore in empatia con John Nash dall’inizio in cui le visioni sembrano normali e reali, alla tragica scoperta della malattia, fino all’inevitabile convivenza con essa. Difficilmente superabile, uno dei migliori film degli ultimi quindici anni.

 

FROST/NIXON – IL DUELLO

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Lo scandalo americano di Watergate (scoppiato nel 1972, portò alle dimissioni del presidente Nixon a seguito di alcune intercettazioni abusive effettuate nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico, ad opera di uomini legati al Partito Repubblicano)è una delle pagine più brutte della storia americana che, dopo il pluripremiato Tutti gli uomini del Presidente con Dustin Hoffman, la grande opera di Oliver Stone Gli Intrighi del potere e il geniale episodio in Forrest Gump, Ron Howard torna coraggiosamente a raccontare nel 2008. Si tratta dell’adattamento cinematografico delle vere interviste a Nixon del giornalista britannico David Frost e dell’omonimo dramma teatrale scritto da Peter Morgan, che cura anche la sceneggiatura del film. La pellicola ha ottenuto grandi consensi e apprezzatissima è stata la recitazione di Frank Langella che interpreta un Nixon altezzoso e ostinato, parte che gli valse una nomination all’Oscar come migliore attore protagonista (ma quell’anno c’era Sean Penn con Milk e non si poteva vincere). Howard riesce a dare la giusta tensione narrativa in un film storico, risultato sempre arduo in una pellicola che racconta avvenimenti già noti e soprattutto, a differenza degli altri film su Nixon, guarda l’ex presidente con pietà e non solo come il simbolo della vergogna del Watergate. La scelta tra questo e il comunque imperdibile A Cinderella Man è dettata proprio da questo: a sorprendere è il fatto che non si tratta di uno dei tanti biopic sulla vita di un presidente americano (in questo caso un presidente che può essere un facile bersaglio) ma è un incontro tra due mondi (quello di Frost e quello di Nixon) che comunque si stimano e si compatiscono.

 

RUSH

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L’ultima fatica di Howard, uscito nel 2013 e ignorato completamente dall’Academy agli ultimi Oscar. Narra una delle rivalità più belle nella storia dello sport, quella tra i due piloti Niki Lauda e James Hunt che si contesero il campionato del mondo di Formula 1 nel 1976. La pellicola ci fa rivivere la rivalità tra quelli che sono soprattutto due uomini con le loro passioni e i loro difetti, prima che due grandi piloti. La storia è tutta incentrata sulla contrapposizione tra i due stili di corsa dei due piloti, che sono soprattutto due stili di vita agli antipodi: metodico, risoluto, attento e calcolatore Lauda, ribelle (amante del vizio e della bella vita), pronto ad affrontare ogni rischio pur di vincere, Hunt. Siamo di fronte ad una ricostruzione fedele che si nota, oltre che nei costumi e nel trucco, anche nella scelta del cast: sorprendente è la somiglianza tra Daniel Brühl e il Lauda di quegli anni. Chris Hemsworth invece interpreta un Hunt che in realtà non è mai stato così gagliardo e muscoloso, ma bisogna dargli il merito di coglierne a pieno il fascino un po’ spaccone e scapestrato dell’originale. Bravo Ron che è riuscito a girare un gran film di sport, impresa tutt’altro che scontata. Uno dei film più sottovalutati negli ultimi anni.

 

Michael Cirigliano