LAURENCE ANYWAYS: DOLAN E IL FUTURO DEL CINEMA

125997-mdQuando ho visto Mommy per la prima volta ne sono rimasto letteralmente folgorato. E’ stato quindi inevitabile recuperare i film precedenti di Xavier Dolan per saziare il mio appetito cinefilo. Sebbene l’esordio di J’ai tuè ma mère lasci ben sperare per il futuro, è con questo Laurence Anyways che il giovanissimo regista canadese scopre le carte e mostra al mondo intero il suo straordinario talento.

Quelli di Laurence Anyways sono 159 minuti che scivolano via naturalmente come la maschera sociale del protagonista e che racchiudono tutte le principali caratteristiche della poetica di Dolan: l’amore tragico e quasi impossibile, la voglia di cambiamento che necessita di dolore e sofferenza, l’incomunicabilità tra i personaggi, il giudizio moralista della società, ecc.

E se il contenuto rispecchia la poetica di Dolan, il comparto tecnico non è da meno: basti pensare all’uso degli spazi chiusi di fassbinderiana memoria, alla sapiente composizione delle inquadrature, alla gestione degli attori (qui abbiamo una Suzanne Clement in stato di grazia) all’utilizzo consapevole delle cromie, fino all’intervento salvifico delle varie hit musicali (splendida la scena in automobile con Bette Davis Eyes in sottofondo).

Io sinceramente non ricordo tanti registi che alla sua età hanno segnato in modo così evidente la cinematografia mondiale. 

Questo talentuoso ragazzo per quanto mi riguarda è l’unico filmmaker, assieme a Sion Sono e Nicolas Winding Refn, che riesce a stupirmi in ogni singola inquadratura e che mi ricorda che il cinema è soprattutto, meravigliosamente, immagine.

 

Francesco Pierucci

UN REGISTA, TRE FILM: SION SONO

Oggi con la rubrica si torna in Oriente nel paese del Sol Levante per parlare di uno di quei registi poco conosciuti ma fondamentali nell’innovare la storia del cinema. Volendola farla breve si potrebbe affermare senza il minimo rischio di essere contraddetti che Sion Sono è pazzo: pazzo per il cinema come dimostra in ogni singola pellicola, ma forse anche pazzo in generale (if you know what I mean!). Ecco allora quali sono per me, le sue tre opere che più mi hanno entusiasmato:

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STRANGE CIRCUS

Quando ho finito di vedere l’undicesima opera di Sion Sono sono rimasto notevolmente colpito. Il finale di Strange Circus, fortemente debitore del Persona di Bergman, è uno dei più belli della storia del cinema. E’ da qui che bisogna partire per poter cerebrale giustamente uno dei più grandi autori della settima arte. Sion Sono non si limita a citare i film di genere giapponesi ma la sua bravura sta nel conciliare questa tendenza con un richiamo sottile voluto o meno ai grandi Maestri (oltre Bergman, basti ricordare Un borghese piccolo piccolo per Cold Fish). Sono è speciale perché in grado di stupire in ogni momento con la complessità della trama, con i tortuosi movimenti di macchina e in questo caso con la sovrapposizione tra realtà e finzione (il circo felliniano). La ghigliottina cade, tutto si ferma.

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LOVE EXPOSURE

Trovarsi davanti a Love Exposure può lasciare interdetti: a parte la durata proibitiva di quattro ore infatti (in origine erano sei), ciò che può disorientare i neofiti del Maestro è la follia della trama e dei personaggi. E’ tutto fuorché banale che il sogno di Yu, il protagonista, sia fotografare le mutandine delle ragazze. A parte gli aspetti più goliardici e superficiali però, l’autore torna ancora una volta a trattare con sensibilità il tema che gli sta più a cuore, ovvero quello relativo alle famiglie disfunzionali, incarnate in questo caso dal discutibile padre cattolico, che sono la principale causa delle problematiche che colpiscono i protagonisti. Vincitore di due premi a Berlino, Love Exposure, è forse il lungometraggio più famoso del regista: probabilmente per le innumerevoli scene memorabili (l’addestramento su tutte) o perché in fin dei conti un personaggio come Miss Scorpion e il suo rapporto con Yoko difficilmente potranno essere dimenticati dallo spettatore.

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WHY DON’T YOU PLAY IN HELL?

Suona strano ma l’ultimo film di Sion Sono è il primo che ho visto. Colpo di fulmine. Mi è piaciuto così tanto che mi sono andato a recuperare buona parte della sua filmografia. Anche in questo lungometraggio è racchiusa appieno tutta la poetica di Sono: il barocchismo visivo, le citazioni (Kill Bill, Lady Snowblood, gli yakuza eiga), l’amore per il cinema e gli straordinari personaggi dissacranti (il fonico della yakuza). Come se non bastasse il film oscilla continuamente tra un genere e un altro, assumendo una parabola ascendente che culmina con un‘esplosione meta-cinematografica, un vero e proprio testamento per i posteri.  Che altro dire? Non sono mai stato più disorientato nella visione di un film ma non ho mai neanche riso così tanto.  P.s. Ancora oggi canticchio il jingle della pubblicità di Mitsuko!

 

FILM CONSIGLIATI: Guilty of romance, Cold Fish, Himizu

 

Francesco Pierucci