IL PONTE DELLE SPIE – SPIELBERG RACCONTA LA GUERRA FREDDA

 

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Dopo una pausa di tre anni dalla regia (lunga se si considera la risaputa prolificità del regista), Steven Spielberg torna dietro alla macchina da presa esplorando ancora una volta la memoria etica americana con risultati addirittura migliori rispetto a Lincoln, ultimo film diretto dal cineasta premio Oscar per Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan.

Ispirato ad una storia vera, una delle tante nascoste durante gli anni della Guerra Fredda, quella dell’avvocato assicurativo di Brooklyn James Donovan (Tom Hanks) che si rese protagonista di uno scambio tra il suo assistito, la spia sovietica Rudolf Abel (il britannico Mark Rylance) e due cittadini americani, organizzato nel 1957 a Berlino Est.

La pellicola è nettamente divisa in due parti. La prima vede Donovan difendere Abel in tribunale mostrando una notevole coscienza civile e il rispetto per i valori costituzionali americani a dispetto di un sistema (personificato dal giudice competente per la causa e dalla CIA) che vorrebbe viziate le garanzie processuali che spettano all’imputato proprio perché questi è una spia di un Paese nemico. In nome della Costituzione che, come ricorda Donovan, “è ciò che ci rende americani”, sceglie di difendere il suo assistito rispettando ogni suo diritto e trascurando ogni invito in senso contrario da parte delle istituzioni americane.

La seconda parte del film è ambientata nella Berlino Est di fine anni Cinquanta che è il teatro dello scambio tra la spia e i due cittadini americani, il pilota Francis Gary Powers il cui aereo spia era stato abbattuto nei cieli dell’URSS e lo studente di economia Frederic Pryor.

Tom Hanks, alla quarta collaborazione con Spielberg (dopo Salvate il soldato Ryan, The Terminal e Prova a prendermi) è perfetto nella parte dell’avvocato di Brooklyn i cui elementi biografici ed etici sono più che idonei per farne un nuovo Schindler, una figura emblematica che dà la massima importanza all’esame umano in sé e per sé oltre ogni pregiudizio fondato su nazionalità, cultura e religione. Ed è questo l’obiettivo di Spielberg: cogliere i tratti esemplari di una storia, sì vera ma poco nota, per metterne in risalto l’attualità. Il regista non è certamente nuovo nella realizzazione di un espediente del genere: oltre ai già citati pluripremiati lavori, un altro esempio in tal senso è il meno noto (ma altrettanto meritevole) Munich.

L’altro grande interprete è il sorprendente Mark Rylance, finora universalmente apprezzato come attore teatrale (ha vinto tre Tony Award e due Laurence Olivier Award, i due maggiori premi rispettivamente nel teatro americano e britannico) e al primo vero banco di prova cinematografico. Rylance riesce ad incarnare magnificamente il carattere imperturbabile di Rudolf Abel che, immancabilmente, giustifica la sua totale mancanza di preoccupazione con una sola, puntuale, domanda: “servirebbe?”

Si rivela solida la sceneggiatura firmata dai fratelli Coen (che finora, quando avevano scritto per altri registi, non avevano brillato) e da Mark Charman, che non demeritano nel sostenere il regista nell’esaltazione dei tratti migliori di una retorica classica ormai merce sempre più rara nel panorama cinematografico attuale.

Purtroppo Il Ponte delle spie è stato incredibilmente trascurato nelle nomination ai Golden Globes con l’unica eccezione della candidatura come miglior attore non protagonista a Mark Rylance. Si spera che l’Academy sappia invece rivalutare l’opera e lanciarla verso gli Oscar che giustamente merita.

Michael Cirigliano

TOP 5- I MIGLIORI FILM DI VENEZIA 72

Quest’anno ho avuto la possibilità di partecipare al Festival di Venezia 2015 come giurato per le Giornate degli Autori e per l’occasione ho deciso di fare una top 5 delle opere migliori. Ovviamente la classifica si riferisce solo ai film che ho visto (circa 30).

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BANGLAND

Basterebbe l’incipit della trama per intuire perché Bangland è un film da non perdere: in una società distopica, Steven Spielberg è il nuovo Presidente degli Stati Uniti e ha deciso di invadere uno stato africano… Ovviamente l’opera prima del giovane Lorenzo Berghella (che ha praticamente realizzato da solo le animazioni!) non è solo questo: Bangland è un film estremamente post-moderno che si nutre di numerose citazioni e rimandi della cultura americana (dagli attori alle serie tv, passando per film e cartoni animati) per creare qualcosa di completamente innovativo. Non per ultimo, è un’opera che, pur persa negli echi del post-modernismo, rimane decisamente attuale per le tematiche trattate. Spiazzante.

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ISLAND CITY

Senza dubbio il mio film preferito delle Giornate degli Autori. Un’opera a episodi estremamente grottesca e spiazzante che mi ha sorpreso e divertito moltissimo. Il presupposto della talentuosa regista è quello di raccontare la pervasività della tecnologia nella società indiana, mettendo ironicamente in luce i difetti e i paradossi delle proprie tradizioni. Island City alterna alcune scene geniali (nei primi due episodi) ad altre più discutibili (il terzo episodio) ma il risultato è comunque soddisfacente. Piacevole sorpresa.   

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THE FITS

Presentato nella sezione dei Biennale College, The Fits è un’opera prima che lascia interdetti per la sua semplicità narrativa ma che contemporaneamente affascina per la sua propensione strutturale al simbolismo. La toccante storia della piccola boxeur Toni e della sua innata solitudine ha molto in comune con Anomalisa e il suo discorso sull’individualità e l’adesione a una massa. Il finale, poi, lascia senza fiato. Gioiello.

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MUSTANG

In concorso per il Premio Lux con altri due splendidi film, Mustang, nonostante l’origine turca, è stato recentemente scelto come candidato francese per gli Oscar 2016. L’opera racconta la storia di cinque sorelle che devono fare i conti con le dure e arcaiche tradizioni di un piccolo paesino della Turchia. A uno primo sguardo superficiale, il film può ricordare per struttura e svolgimento Il giardino delle vergini suicide: lo spettatore si accorgerà ben presto che, al contrario del film della Coppola, Mustang sceglie di spostare in secondo piano la liricità della messa in scena a favore di un realismo più ficcante e brutale. Il risultato è incantevole. Vincerà gli Oscar? Probabile.

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ANOMALISA

Il vero capolavoro della Mostra di quest’anno. Un film in stop motion capace di far ridere, piangere e riflettere. Ne ho parlato abbondantemente qui.

Francesco Pierucci

TOP 5: I MIGLIORI B/N NELL’ERA DEL CINEMA A COLORI  

Forse influenzati dalla differente e più familiare esperienza del colore nella televisione italiana, si è soliti pensare che vi sia stato una netta cesura tra l’era del cinema in bianco e nero e la successiva e attuale epoca della pellicola a colori. Siamo di fronte però ad un’inesattezza storica, ad un’opinione tanto diffusa quanto solo superficialmente corrispondente alla realtà storica. Infatti già nel cinema delle origini si parlò di colore, anzi di colorazione: gli stessi fratelli Lumiere, universalmente conosciuti come gli “inventori” del cinema, tinteggiarono qualche loro film grazie ad una certosina operazione a mano fotogramma per fotogramma.

Pellicole a colori incominciarono a essere prodotte con maggiore frequenza negli anni Quaranta per competere meglio con la televisione, allora solo in bianco e nero (e ancora non arrivata in Italia: la RAI comincerà le sue trasmissioni solamente nel 1954). A partire dall’inizio degli anni Settanta, invece il colore fu l’esclusivo protagonista cromatico del cinema mondiale ma negli ultimi quarant’anni si possono contare numerose eccezioni, molte delle quali illustri, che hanno riproposto il mai obsoleto e sempre affascinante bianco e nero. Le motivazioni sono le più varie. In alcune circostanze si tratta di scelte costanti nella filmografia di un regista: gli esempi sono quelli noti di David Lynch (Eraserhead e The Elephant Man), Woody Allen (Manhattan, Stardust Memories, Zelig, Ombre e nebbia) e Lars Von Trier  (Epidemic, Europa); in altri casi il bianco e nero fu utilizzato per ossequiare una corrente cinematografica (Intrigo a Berlino di Soderbergh, omaggio al noir anni Quaranta) o un personaggio (Ed Wood di Tim Burton); altre volte invece la scelta è stata imposta dal budget limitato. Quest’ultimo è il caso di Clerks: il regista Kevin Smith spiegò di averlo girato in bianco e nero a causa dei soli 27.575 dollari a disposizione. Nel caso in questione il bianco e nero regala comunque al film un affascinante stile documentaristico.

In un panorama inaspettatamente vasto, ecco i migliori lungometraggi in bianco e nero dal 1970 ad oggi secondo la discreta opinione de Il Disoccupato Illustre.

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NEBRASKA 

Settima pellicola diretta da Alexander Payne, la quarta ambientata in Nebraska, stato che ha regalato i natali al regista. Presentato a Cannes nel 2013 e osannato a gran voce dalla critica per l’interpretazione del protagonista Bruce Dern, vede nella mai abbastanza apprezzata prova di Jane Squibb la sua punta di diamante. Interamente girato in bianco e nero, narra la storia del vecchio Woody Grant (Dern preferito a Jack Nicholson, Bryan Cranston, Robert Duvall e Gene Hackman) che crede di avere vinto un milione di dollari e si mette in viaggio dal Montana al Nebraska per ritirare il premio, accompagnato dal figlio David (Will Forte) e dalla petulante moglie Kate. Uno dei migliori b/n degli ultimi anni, scelta azzeccata che ben si adatta all’umorismo malinconico e alla semplicità che avvolgono l’intera pellicola. Candidato a sei Oscar nel 2014, tra cui Miglior Film.

 

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IL NASTRO BIANCO

Palma d’oro a Cannes nel 2009 e candidato all’Oscar come miglior film straniero e per la migliore fotografia nel 2010, è ambientato in un villaggio della Germania settentrionale negli anni immediatamente antecedenti alla Grande Guerra dove incominciano a svolgersi eventi inspiegabilmente sinistri. Il film è girato in un bianco e nero senza ombre e senza alcun accenno di colore, in un’atmosfera dove il silenzio è un motivo dominante, interrotto solo da qualche nota di Schubert e pochi brani corali che non bastano a rompere la sottile aria che si respira per tutta la durata della pellicola.

 

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THE ARTIST 

Oscar per il Miglior Film nel 2012 (primo muto dal 1929) e film francese più premiato di tutti i tempi, è stato girato a colori per poi essere distribuito in bianco e nero per rendere a pieno l’epoca in cui è ambientato, quegli anni Venti che rappresentano la vigilia dell’avvento del cinema sonoro. Il contrasto tra muto e sonoro è il tema dominante del film nonché delle alterne vicende del protagonista, l’attore George Valentin (Jean Dujardin). Vanta riusciti omaggi a capolavori come Quarto Potere di Orson Welles e La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock. Nel cast anche il talismano John Goodman, oltre agli ottimi James Cromwell e la co-protagonista Bérénice Bejo.

 

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TORO SCATENATO 

Secondo episodio della simbolica Trinità che vide collaborare Martin Scorsese e Robert De Niro tra  la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, narra la vicenda dello scapestrato pugile Jake LaMotta (ancora in vita, oggi compie 94 anni) che raggiunse in breve tempo l’apice della boxe salvo poi cadere nel baratro sia dal punto di vista sportivo che personale. L’interpretazione di De Niro, divenuta leggendaria soprattutto per i monologhi in camerino, è unanimemente ricordata come una delle più profonde della storia del cinema e fu premiata con l’Oscar al miglior attore. Registicamente impeccabile e meticoloso, per questo si pensò che dovesse essere l’ultimo film di Scorsese e rappresentasse quindi il suo testamento artistico. Fortunatamente non è stato così. Nonostante tali sforzi, non vinse né per il Miglior Film né la Miglior Regia: Scorsese non la prese bene, come testimoniano le immagini della premiazione. Il bianco e nero mette in risalto crudezza e realismo delle vicende e, insieme all’intermezzo della Cavalleria Rusticana di Mascagni che accompagna i titoli e al sapiente montaggio di Thelma Schoonmaker, contribuisce all’epicità del film.

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Schindler's List, Oliwia Dabrowska

SCHINDLER’S LIST

Vi abbiamo parlato di questo film in tutte le salse possibili e non poteva che essere al vertice di questa classifica. Se poc’anzi si parlava di testamento artistico, non si esagera se un giorno si dovesse ricordare in tal modo questo film con riferimento alla poliedrica filmografia di Steven Spielberg, che con la sua opera ha ancora molto da dare alla settima arte. Questo titolo segnò il culmine del suo percorso nel cinema impegnato, iniziato con Il Colore Viola nel 1985, non prima di avere riscritto le sorti del genere fantascienza. È stato girato completamente in bianco e nero ad eccezione di quattro scene, compresa l’intera sequenza finale, ambientata nei giorni nostri. Detta scelta cromatica si pone in continuità con tutti i documentari sul triste tema dell’Olocausto e non toglie alla pellicola quel tremendo impatto emotivo che la contraddistingue. Primo film in b/n a rivincere l’Oscar per il miglior film nell’era del colore e anche il film in b/n più costoso mai realizzato.

Michael Cirigliano

UN REGISTA TRE FILM – ROBERT ZEMECKIS

Appena scoccato il 2015, molti di noi si sono sentiti nel futuro, lì dove l’immaginazione di un grande regista contemporaneo aveva catapultato Marty McFly e Doc nella seconda parte de Ritorno al Futuro (ricordiamo che la loro macchina del tempo dovrebbe arrivare il 21 ottobre di questo anno). Ovunque si è scherzato sulle invenzioni previste in quel film e poi realmente realizzate (carburanti alternativi, le videoconferenze, ecc) e su altre non ancora giunte (scarpe che si allacciano da sole e la stessa macchina del tempo).

Quel grande regista contemporaneo è Robert Zemeckis che nel 1985 plasmò un film icona del cinema anni ’80 e della fantascienza in generale, Ritorno al futuro. Fu un successo internazionale talmente enorme che nel 2007 fu scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Ma la carriera del regista di Chicago non si fermò lì, anzi. Già nel 1988 rivoluzionò il mondo del cinema con Chi ha incastrato Roger Rabbit e negli anni ’90 girò uno dei più famosi capolavori della storia del cinema, Forrest Gump con protagonista Tom Hanks che collaborerà nuovamente con Zemeckis in Cast Away. Nonostante qualche clamoroso scivolone come La leggenda di Beowulf, bocciato quasi all’unanimità da pubblico e critica, la stella del celebre regista non si è eclissata fino all’ultima fatica Flight, che ha segnato il suo ritorno al live action dopo un assenza lunga 12 anni.

Ad ottobre è previsto il ritorno nelle sale di Zemeckis con The Walk che, con Joseph Gordon Lewitt protagonista, racconterà la storia di Philippe Petit, il funambolo francese che il 7 agosto 1974 compì la traversata delle Torri Gemelle del World Trade Center su un cavo d’acciaio senza alcuna protezione.

Ora, in questo nuovo appuntamento con la nostra vecchia rubrica “Un regista tre film”, analizzeremo tre tappe della carriera di Zemeckis, in ordine rigorosamente cronologico.

CHI HA INCASTRATO ROGER RABBIT?

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Mentre era ancora in corso la trilogia de Ritorno al Futuro, Zemeckis girò nel 1988 Chi ha incastrato Roger Rabbit. Prodotto da Steven Spielberg (che fu lo scopritore di Zemeckis), è uno dei lavori più innovativi del cinema moderno, capostipite di un vero e proprio filone di film a tecnica mista che unisce il live action all’animazione. Prima di questo film, gli esperimenti per combinare l’animazione con le riprese in live action non avevano mai convinto pienamente il pubblico, a causa dell’incapacità di amalgamare in maniera convincente i due elementi, oltre alla mancanza di reale partecipazione degli interpreti che non riuscivano a simulare l’interazione con elementi che durante le riprese non erano esistenti. Furono necessari tre anni di duro lavoro per portare a compimento questa pellicola: grazie a un lavoro di effetti speciali ottici, i disegni sono perfettamente integrati nelle scene e non sembravano solo delle figurine attaccate appositamente in una fase successiva alle riprese. La simulazione dell’interazione con gli ambienti e gli attori dà così la realistica impressione che i personaggi animati si trovino davvero lì. Decisive sono state le ottime interpretazioni del cast che vi ha partecipato (da Bob Hoskins a Christopher Lloyd) che è riuscito nell’intento di trasmettere la giusta dose di emotività e di mimica fisica. Candidato a 6 Oscar tecnici, ne vinse tre (Miglior Montaggio, Miglior montaggio sonoro, Migliori effetti speciali), oltre ad un Oscar speciale a Richard Williams per la creazione e la direzione delle animazioni.

 

FORREST GUMP

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Ci sono film che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della settima arte e altri in grado di avere un impatto notevole nella cultura popolare. A vent’anni di distanza dall’uscita del capolavoro in questione, si può dire che Forrest Gump sia riuscito a centrare entrambi questi obiettivi. Tratto all’omonimo romanzo di Winston Groom del 1986, il film narra la vita di Forrest Gump, un ragazzo americano dotato di uno sviluppo cognitivo inferiore alla norma ma che fu diretto testimone (e spesse volte addirittura protagonista) di alcune tappe importanti della storia americana. Ad interpretare il protagonista fu scelto Tom Hanks, che quando iniziarono le riprese non aveva ancora vinto l’Oscar per Philadelphia ma che bissò il successo nel 1994 nei panni di Forrest, vincendo due Oscar di fila ed eguagliando il record (ancora imbattuto) di Spencer Tracy. Oltre a ciò, Hanks si portò anche a casa 8 milioni di dollari come compenso, una cifra da capogiro considerando l’epoca e il fatto che Hanks non fosse ancora una stella di primo ordine. Come abbiamo già sottolineato in altre occasioni, la forza di questa pellicola sta nel riuscire a rendere un personaggio di fantasia una figura importante in eventi cardine del Dopoguerra a stelle e strisce come la Guerra del Vietnam e lo scandalo di Watergate. Questo grazie alle tecniche CGI che permisero che il personaggio di Forrest incontrasse anche personaggi defunti come il presidente Kennedy e John Lennon, e perfino che stringesse loro la mano. L’effetto finale è un coinvolgimento dello spettatore, che è naturalmente indotto a pensare che Forrest Gump sia realmente esistito. Per questo innovativo uso degli effetti visivi, il film ha vinto il Premio Oscar nella categoria. Oltre ai due Oscar citati, il film ne portò a casa altri 4 (su 13 candidature), segnando la definitiva consacrazione di Zemeckis che vinse come Miglior Regista (l’unico in carriera), soffiando l’ambita statuetta nientemeno che a Quentin Tarantino, in lizza per Pulp Fiction.

 

 CAST AWAY

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Sei anni più tardi, il sodalizio tra il regista e Tom Hanks si rinnovò con Cast Away. Ne uscì un altro ottimo film che riuscì a rendere originale un tema risalente come quello dell’uomo unico naufrago su un’isola deserta. Il personaggio in questione è Chuck Noland, dirigente operativo della FedEx, nota azienda di spedizione merci in tutto il mondo, il cui aereo diretto in Thailandia, precipita in mare. Chuck si salva approdando su un’isola deserta dove impara a sopravvivere e rimane per quattro anni. Per non impazzire, diverrà amico di un pallone che chiamerà Wilson e che sarà fonte di ispirazione in varie opere successive. Tom Hanks regge la scena praticamente da solo per un’ora, senza annoiarci ma emozionandoci e strabiliandoci con la sua “amicizia” con il pallone Wilson. Un tale sforzo artistico e di genialità non fu però apprezzato a dovere dall’Academy, che preferì premiare un’altra performance storica (ma forse di minore fattura), come quella di Russell Crowe ne Il Gladiatore. Zemeckis non ottenne premi di primo piano ma ebbe il non indifferente merito di affiancare il suo film ad un colosso come il romanzo Robinson Crusoe di Daniel Defoe nell’immaginario collettivo. Senza dimenticare che aprì la strada a un caposaldo della serialità mondiale quale Lost, la cui idea venne al numero uno della ABC Lloyd Brown guardando proprio Cast Away.

Michael Cirigliano

1994. SCHINDLER’S LIST: IL VERO CAPOLAVORO DI SPIELBERG

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“Chiunque salva una vita salva il mondo intero

Se fino al 1994 Steven Spielberg era sempre stato considerato semplicemente un grande tecnico della spettacolarità del mezzo cinematografico più che un autore vero, fu proprio in quell’anno che  lo straordinario Schindler’s List gli permise di raggiungere la definitiva consacrazione tra il gotha dei cineasti, conquistando l’Oscar per il miglior film (Nel nome del padre di Jim Sheridan  e Lezioni di piano di Jane Campion, seppure fossero opere pregevoli, gli erano inferiori)e la miglior regia (persino Altman con il suo I protagonisti dovette cedere il passo). Ispirato al romanzo La lista di Schindler di Thomas Keneally, basato sulla vera storia di Oskar Schindler, l’uomo che durante la seconda guerra mondiale riuscì a salvare all’incirca 1200 ebrei dalla Shoah, assumendoli come impiegati della sua fabbrica di oggetti smaltati. Il cast è eccezionale: Liam Neeson incarna magistralmente le contraddizioni shakesperiane che affliggono il protagonista, un perfetto Ralph Fiennes nel ruolo del comandante nazista e un sorprendente Ben Kingsley, ingegnoso contabile ebreo. Spielberg per una volta si libera dal mero enterteinment dei blockbuster per dedicarsi a un capitolo fondamentale della storia dell’umanità: il risultato è  un film commovente, monumentale che unisce perfettamente l’impronta testimoniale alla narrazione drammatica (comunque meno hollywoodiana del solito). Oscar meritatissimi anche per la fotografia di Janusz Kaminski e le musiche del maestro John Williams (oltre che per il montaggio, sceneggiatura e scenografia. Indubbiamente il miglior film del regista americano.

CURIOSITA’: Caratteristica saliente del film è quello di esser stato girato interamente in bianco e nero, fatta eccezione per quattro scene: la prima è la scena iniziale, in cui si vedono due candele spegnersi. La seconda e la terza scena quando appare una bambina con un cappotto, solo quest’ultimo colorato di rosso, dapprima durante il rastrellamento del ghetto, poi durante la riesumazione delle vittime. Esiste infine tutta una sequenza nel finale del film, interamente a colori, quando, ai giorni nostri, vengono rispettosamente deposti i sassi sulla tomba del vero Oskar Schindler presso il cimitero di Gerusalemme.

Francesco Pierucci