AVE CESARE: UNA COMMEDIA “SUI GENERIS”

 

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Vorrei iniziare questa recensione con una riflessione blasfema: dopo l’inarrivabile Stanley Kubrick,  gli unici registi che riescono ad affrontare (e destrutturare a piacimento) i diversi generi cinematografici con profonda conoscenza della materia e conservando il loro inconfondibile stile poetico sono proprio i Coen.

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SNOWPIERCER: L’EUROPA SCOPRE IL FOLLE TALENTO DI BONG JOON-HO

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Snowpiercer è il primo film di Bong Joon-ho in lingua inglese e la produzione coreana più costosa di sempre (quasi 40 milioni di dollari!). Nonostante il ricorso a un cast di grandi attori hollywoodiani (Tilda Swinton e John Hurt per fare due nomi) , il regista coreano non rinuncia però al suo stile visivo e narrativo già espresso in The Host (di cui Niccol ha recentemente girato il remake) che è più o meno localizzabile a metà strada tra film d’autore e blockbuster. Ispirato alla serie a fumetti fantascientifica francese Snowpiercer – Le Transperceneige (ora uscita anche in Italia), scritta da Benjamin Legrand e Jacques Lob e disegnata da Jean-Marc Rochette, il film di Bong Joon-ho è un’opera fantascientifica di stampo ecologista: in un mondo decimato da una nuova era glaciale causata dal riscaldamento globale, gli unici sopravvissuti, suddivisi in classi sociali, vivono all’interno di un treno in perpetuo movimento. I poveri, dopo anni di sofferenze, vogliono prendere il controllo della locomotiva. Prodotto da Park Chan-wook che si porta dietro il grande Song Kang-ho (protagonista di Oldboy), Snowpiercer è un film che molto probabilmente o si ama o si odia

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Se l’idea di fondo è piuttosto originale, la tematica del dualismo ricchi-poveri è invece più usurata specialmente per i prodotti di questo genere (tra gli ultimi ad esempio Elysium). Ciò che invece è assolutamente innovativo, almeno agli occhi di noi spettatori europei, è l’eccentrico stile di Bong Joon-ho che, grazie alla sua visionarietà artistica e soprattutto a un’eccessiva dose di tono grottesco (che alcuni potrebbero recepire come vero e proprio trash), rende le spettacolari sequenze tra una carrozza e l’altra piuttosto imprevedibili. Il debito verso il mondo videoludico degli fps è piuttosto evidente: come dimenticare la geniale sequenza della soggettiva a infrarossi che viene rimproverata di non seguire l’azione o la buffa scivolata del protagonista sul pesce nel momento topico della lotta.  Menzione particolare all’interpretazione della sempre convincente Tilda Swinton nel ruolo del viscido Ministro Mason. Purtroppo il finale e soprattutto alcuni buchi nella sceneggiatura condannano il film, che sarebbe potuto essere un capolavoro del genere, alla mera funzione di spettacolo d’intrattenimento. Peccato. La graphic novel, a mio avviso, va recuperata.

Francesco Pierucci

ONLY LOVERS LEFT ALIVE: JARMUSH E IL DECLINO DELL’UMANITA’

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La straordinaria vertiginosa sequenza iniziale di Only Lovers Left Alive è una vera e propria dichiarazione d’intenti: la musica, espressa simbolicamente dal 45 giri in dissolvenza incrociata, è forse la vera protagonista del film e l’ipnotica traiettoria circolare della telecamera sottende la lenta ciclicità esistenziale dei due vampiri (Tilda Swinton e Tom Hiddleston) che sono costretti loro malgrado ad abitare in un mondo dove gli uomini, che nel film vengono chiamati “zombie”, non sono utili neanche come nutrimento, essendo portatori di sangue oramai pericolosamente infetto. Jarmush ancora una volta prende a cuore un genere estremamente usurato (in questo caso il cult del vampirismo) e lo destruttura completamente, donandogli nuova linfa vitale: isolati nelle loro certezze ultrasecolari, i due protagonisti, più che un paletto conficcato nel cuore,sembrano temere inconsciamente la più totale apatia.

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Tilda, un vampiro perfetto…

Tra l’America e il Marocco, tra musiche funebri e capolavori della letteratura, ci si lascia sedurre volentieri da quel gioco prettamente intellettuale che con spiritosi riferimenti che spaziano da Byron a Mary Shelley oscura un’ulteriore forma di circolarità, quella della trama. Nella visione pessimistica di Jarmush la Motor City Detroit, metropoli obbligata a dichiarare bancarotta e forse per questo perfetta dimora per il vampiro Adam assetato di passato glorioso (il tentato suicidio testimonia un presente per lui invivibile), rappresenta il simbolo ultimo del fallimento dell’uomo, destinato a vagare senza meta per anonime strade deserte nel cuore della notte e costretto a  lasciarsi stancamente spezzare dalla crudeltà della vita come una pregiata Gibson d’inizio ‘900.

Il passato è ormai un ricordo, il presente una lotta per la sopravvivenza, il futuro un buco nero. Cosa resta allora ai due immortali? Solo l’amore salvifico che ha il suono profondo di un gong e le irradianti fattezze di un diamante incastonato in una stella.

 

Francesco Pierucci