L’AMORE SPEZZATO: I VEDOVI NELLA STORIA DEL CINEMA

La classifica che sto per proporvi è unica nel suo genere, dato che nessuno si è mai interessato all’argomento che la caratterizza (fate un giro sul web se non ci credete). Eppure di vedovi nel mondo del cinema ce ne sono tanti: il solitario Mastroianni che desira rivedere i suoi figli, cresciuti e indipendenti,  in Stanno tutti bene di Tornatore (da pochi anni rifatto in salsa USA con Robert DeNiro); il burbero Carl, indimenticabile personaggio di UP (che tuttavia non comparirà nella classifica perché più volte trattato nel blog, ad esempio QUI); molti dei protagonisti della filmografia di Christopher Nolan che sembra non poter fare a meno di un vedovo per creare una trama (Memento, Inception, Interstellar, ma in un certo senso anche Al Pacino in Insomnia resta vedovo del collega); lo scontroso Walt interpretato da Clint Eastwood in Gran Torino, che troverà poi conforto nell’amicizia col vicino di casa Thao, ma anche Stallone nell’ultimo Rocky, Nicolas Cage in tantissimi film e altri ancora. Vi propongo qui quelle che per me sono le più belle figure di vedovi della storia del cinema; aspetto le vostre scelte.

LA CAMERA VERDE

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Francois Truffaut, 1978. Julien Davenne (interpretato dal regista) ha perso la moglie da 11 anni, e a lei ha riservato una camera in cui commemorarla. Durante un temporale scoppia un incendio e Julien riesce a salvare le foto dell’amata defunta; capisce che una stanza sola non basta e decide di adibire una cappella abbandonata al culto delle persone care, sperando così di superare il trauma. Tratto da due racconti di Henry James, affronta il solipsismo distruttivo attraverso una storia di morte e amore.

A PROPOSITO DI SCHMIDT

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Prova attoriale maiuscola di Jack Nicholson che sfiora il suo quarto Oscar (sarebbe stato meritatissimo ma gli venne soffiato dallo strepitoso Adrien Brody de Il Pianista). Warren Schmidt ha appena perso la moglie ed è un uomo distrutto; quando scopre che lei aveva una relazione extra-coniugale con un loro amico comune, parte con il camper per l’America, con l’obiettivo di convincere la figlia, che sta per sposarsi, a ripensarci. Commovente la scena finale in cui un uomo solo e apparentemente inutile si scopre indispensabile per il bambino che ha adottato a distanza, leggendo la sua lettera.

ULTIMO TANGO A PARIGI

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La trama la conoscerete tutti, il film anche. Non occorre che vi dica io chi sia Marlon Brando né tantomeno le controversie sul set con Maria Schneider, trattata violentemente dall’attore e Bertolucci. La bellezza della sporca figura del vedovo Paul risiede tutta nella indimenticabile scena del duro discorso alla moglie, morta e completamente ricoperta di fiori. Una lezione di regia, una prova attoriale pazzesca. Sicuramente la scena migliore del film.

A SINGLE MAN

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George, elegante professore omosessuale, non supera la morte del compagno di una vita. Tentato dal suicidio, attira a sé le attenzioni di un alunno, che gli dona una visione più rosea del futuro. Finale amaro.

Ottimo Colin Firth alla prima esperienza da regista di Tom Ford, stilista di lusso. Tanti stereotipi sull’omosessualità, tanti begli abiti e musiche colte. Ma cosa resta? Gli occhi gonfi dal pianto per un amore infranto.

I RACCONTI DELLA LUNA PALLIDA D’AGOSTO


Film tra i più belli della storia del cinema, diretto dal maestro nipponico Kenji Mizoguchi, narra le vicende di due fratelli che, per inseguire i loro sogni materiali, dimenticano di coltivare quelli già realizzati, le due mogli. Uno la recupererà; l’altro la perderà in guerra, uccisa da un soldato mentre lui, lontano, amava un’altra donna. Straziante pianto finale sulla tomba dell’amata e commovente frase finale della defunta “Ora che ho il marito che sognavo non posso viverlo”. Recuperatelo.

Matteo Chessa

MAD MAX: FURY ROAD E IL POLVERONE SULLA CRITICA CINEMATOGRAFICA

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È successo tutto molto (forse troppo) velocemente: il nuovo film di George Miller Mad Max: Fury Road , proiettato a Cannes e accolto con applausi da tanti giornalisti presenti, viene etichettato come “videogioco che finisce per annoiare” dall’illustre critico cinematografico italiano Paolo Mereghetti, che lo bolla come ripetitivo e senza trama, andando contro la maggior parte del pubblico (che lo ha adorato anche in siti di cinema come IMDb in cui il titolo vanta un improbabile 8,8/10 che nei primi giorni di proiezione aveva addirittura sfiorato i 9,7/10) e vari blogger armati di tastiera e pronti ad attaccare l’ideatore del dizionario di cinema più importante del Bel Paese e, più in generale, una critica definita vecchia e bollita perché “qualunquista e sempre pronta alla recensione facile, capace di definire Stephen Hawking quello di Big Bang Theory o eccessivamente intellettualista dato che il film preso in esame non viene valutato per quello che è, ma per quello che – e le parti coinvolte, come il regista o gli attori, non vengono ascoltate – dovrebbe o potrebbe essere.” (ogni riferimento alla recensione, bellissima, di Giona A. Nazzaro su Il Manifesto del film di Clint Eastwood American Sniper è puramente casuale). Citando Truffaut sostengono che il critico non è un mestiere e che ognuno fa due lavori, il suo e quello del critico; si dimenticano quello che il buon Francois aggiunge subito dopo (molto probabilmente non lo sanno), che molti si vantano di poter parlare di cinema e non hanno mai visto un film di Murnau.

Ora, sicuramente Paolo Mereghetti i film di Murnau, di Fritz Lang (tedesco e americano), di Robert Bresson e Jean Renoir, di Ozu, Mizoguchi e Kurosawa, di Fellini, Rossellini, Antonioni, Visconti, De Sica, ma anche i primi tre originalissimi Mad Max di George Miller li ha visti; lo stesso non si può dire di molti pseudocritici che spuntano adesso come i funghi aiutati dalle nuove tecnologie e ipotizzano classifiche cinematografiche che trasudano una vastissima ignoranza sulla materia; graduatorie  sui film con la trame più incomprensibili che citano Memento, altre sui migliori film della storia in cui svetta sorridente il faccione del Joker di Heath Ledger in Il Cavaliere Oscuro o, se siamo fortunati, tanti film di Kubrick (belli ma per tutti). Non mi è mai capitato di leggere nelle prime posizioni Au Hasard Balthazar, Il diario di un curato di campagna o Un condannato a morte è fuggito di Bresson; non ho mai sentito parlare, nei dibattiti sul cinema nei social in cui tutti si credono cinefili ma in realtà sono (e nemmeno se ne accorgono) teletilisti (se non nel metodo fruitivo sicuramente nei gusti), dei film di Dreyer (forse una volta ho letto di Vampyr per essere onesto) o dei lavori di Godard, né ho mai letto recensioni su Truffaut che si spingano oltre I 400 Colpi. Per la nuova critica il massimo è Il Padrino (bellissimo), visto come un punto di arrivo, una vetta e non come la base su cui costruire la conoscenza di un mondo che è molto vasto. Mereghetti e altri critici questa conoscenza ce l’hanno, sanno che guardando La Migliore Offerta di Tornatore il pensiero DEVE andare immediatamente a Sogno di prigioniero di Henry Hathaway con Gary Cooper e Ann Harding (e questo blog, mi vanto, il film lo conosce e lo ha recensito); sono consci dell’importanza di Lubitsch per Billy Wilder e di quest’ultimo per molti registi di adesso. La differenza tra loro e noi (ho 25 anni, ho visto tantissimi film e letto tanti libri del settore, in più ho una laurea sul cinema ma non mi sogno minimamente di  paragonarmi a Canova, Farinotti, Ghezzi,  Giusti o Caprara) è questa. Perciò quando un’autorità come Mereghetti si pronuncia così su Mad Max: Fury Road sai che un fondo di verità c’è, non lo attacchi a prescindere e soprattutto non ti sogni di scavalcarlo; perché poi la visione del film conferma tutto quello che lui ha detto e scritto. E a te non resta che inchinarti e pensare  quale film di Murnau guardare per primo.

Matteo Chessa

I MIGLIORI “COLPI GROSSI” DEL CINEMA. I CAPER MOVIE

Il Caper Movie (o anche, per i fichi, heist movie) è un genere che ha sempre avuto un discreto successo cinematografico. Solitamente ruota intorno a una banda di criminali che, studiando accuratamente e dettagliatamente un piano e preparandosi scrupolosamente per realizzarlo, mette in atto una rapina o una truffa. Anche se spesso viene considerato  erroneamente un sottogenere del thriller, può essere contaminato da altri generi cinematografici (si pensi a Full Monty, un evidente caper movie il cui fine non è però un furto ma uno spogliarello). Tanti sono i titoli nel mondo della settima arte che meritano di essere annoverati in questa classifica (si pensi al premio Oscar La Stangata, già recensito dal blog QUI); io vi propongo questi cinque.

RAPINA A MANO ARMATA

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Tratto dal romanzo Clean Break di Lionel White, terzo lungometraggio di Kubrick, il primo che fa urlare al genio. Uscito dal carcere, Johnny (Sterling Hayden) organizza un piano per rapinare un ippodromo. Il colpo frutta due milioni di dollari ma sprigiona la crudeltà dei complici. Ritmo incalzante, b/n spettacolare e movimenti di macchina che non a caso hanno fatto gridare al nuovo Welles.

GIUNGLA D’ASFALTO

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1950, John Huston. Cronaca di un furto in una gioielleria. Il colpa va in porto ma i rapporti si guastano. Capostipite del genere, tratto dal romanzo di Burnett, ha avuto tre remake (inferiori). Sterling Heyden e Sam Jaffe in grande spolvero e una Marilyn Monroe agli esordi. Uno dei capolavori noir americani.

I SOLITI IGNOTI

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Uno dei pilastri della commedia italiana, diretto da Monicelli e interpretato da un affiatato cast che annovera Gassaman, Mastroianni, Totò, Salvatori, Claudia Cardinale. Un gruppetto di furfanti senza talento tenta un colpo in un Monte dei Pegni periferico. Il piano fallisce. Innovativo per il cinema del tempo, pone al centro il tema dell’amicizia virile mai vista prima in Italia. È anche il primo film comico italiano in cui si muore. Sceneggiato perfettamente da Age, Scarpelli e  Suso Cecchi D’Amico.

INSIDE MAN

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Quattro rapinatori entrano in una banca di Broadway e prendono in ostaggio cinquanta persone vestendole come loro. Senza fretta trattano il rilascio delle persone con un intelligente detective nero. È una partita a scacchi. Spike Lee fa centro regalando al cinema il miglior film su una rapina in banca (al pari di Quel pomeriggio di un giorno da cani). Ottimo Denzel Washingtown, ma è Clive Owen la star.

RIFIFI

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Capolavoro francese di Jules Dassin (che ha regalato al cinema un altro famoso heist movie, Topkapi, oltre al capolavoro noir La città nuda). Due bande rivali si contendono la refurtiva di una gioielleria . Celeberrima sequenza muta di mezzora. Inutile dirlo, recuperatelo.

Matteo Chessa

CINQUE GRANDI FILM SULL’ALCOLISMO

“ Il mio fisico non lo tollera, l’alcol. Veramente! Ho bevuto due Martini, la vigilia dell’ultimo dell’anno, e ho tentato di dirottare un ascensore su Cuba!”

Questo fulminante aforisma di Woody Allen suggerisce una riflessione: il regista newyorkese, che nella sua lunga carriera ha affrontato diverse tematiche scomode e forti (sesso, Dio, esistenza dopo la morte, senso della vita, nulla assoluto) mai si è cimentato con l’alcolismo, rifiutato non solo dal suo fisico ma dal suo intero cinema. Non che nei suoi film non si beva mai, anzi, ma la patologia in sé, i suoi sintomi, le conseguenze e le possibili cure sono totalmente assenti. Se Allen evita l’argomento non mancano comunque esempi nella storia del cinema che lo trattano; da La gatta sul tetto che scotta di Richard Brooks a Sotto il vulcano di John Huston, da Barfly (o il più recente Mosche da bar di Steve Buscemi) o Factotum rispettivamente sceneggiato da e tratto da un romanzo di Bukowski al drammatico Amarsi di Luis Mandoki. Tantissimi sono i titoli e i registi che esaminano l’argomento; ecco i cinque migliori per Il Disoccupato Illustre.

VIA DA LAS VEGAS

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Tratto dall’ominimo romanzo di John O’Brien, diretto da Mike Figgis e magnificamente interpretato da Nicolas Cage nella parte della sua vita, quella che zittisce i detrattori. Ben, alcolizzato e solo, si reca a Las Vegas per bere fino alla morte. Conosce una prostituta, Sara, e nasce l’amore. Ma nonostante ciò non cambia il suo piano. Elisabeth Shue ottima spalla. Finale commovente.

I GIORNI DEL VINO E DELLE ROSE

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Joe e Kirsten, sposati, sono accaniti bevitori. Dopo la nascita della loro prima figlia decidono di smettere. Joe ci riesce grazie agli Alcolisti Anonimi, la moglie no. Lui decide di starle vicino. Primo film che Jack Lemmon gira con Blake Edwards, è forse il migliore del regista, sicuramente il più personale. Lieto fine evitato. Titolo tratto da una poesia di Ernest Dowson.

L’ANGELO UBRIACO

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Giovane mafioso di un quartiere dei bassifondi di Tokio malato di tbc si affida, dopo vari litigi, ad un dottore alcolizzato ma di buon cuore che cerca di salvargli la vita. Primo film di Toshiro Mifune, è uno dei grandi capolavori di Kurosawa con un Takashi Shimura in grande spolvero. Clint Eastwood e Gran Torino gli devono molto.

GIORNI PERDUTI

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Il film più famoso sull’argomento, premiato con l’Oscar al Miglior Film. Già tratto nel blog (QUI la recensione). Un capolavoro di Billy Wilder da vedere assolutamente.

FUOCO FATUO

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1963, Louis Malle. Tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Drieu La Rochelle, racconta le ultime 36 ore di Alain, una vita distrutta dall’alcol e dai troppi momenti mancati. Decide di suicidarsi, non prima di un ultimo incontro con amici ed ex amanti parigine. Considerato da molti il miglior film del regista, è commovente perché “patetico a ripetizione” (Truffaut). Splendido bianco e nero di Cloquet.

Matteo Chessa

UN REGISTA TRE FILM: FRANCOIS TRUFFAUT

Francois Truffaut

Una delle menti più brillanti della storia del cinema, critico e appassionato della settima arte di cui ha una conoscenza spropositata (saprete tutto, oh voi cinefili incalliti, sul suo rapporto con Bazin e sui “giovani turchi” del Chariers du Cinema), si cimenta con la regia nel 1959 (prima alcuni corti) ed è subito capolavoro: I 400 colpi è un film imprescindibile per chi ha pretese di conoscere il cinema. Per molti però Francois Truffaut inizia e finisce con questo film; sono invece tanti (TUTTI) i titoli da recuperare del regista francese, dai quattro successivi lavori della saga di Antoin Doinel (il corto Antoin e Colette episodio del lungometraggio a più mani L’amore a vent’anni, Baci Rubati, Domicile Conjugal e L’amore fugge) al bellissimo La calda amante, da Adele H a, logicamente, Jules e Jim, il suo capolavoro. Impossibile scegliere i suoi tre migliori film, propongo i miei tre preferiti

LA SPOSA IN NERO

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Jeanne Moreau, già attrice di Jules e Jim, nelle vesti di una sposa vendicatrice decisa a uccidere i cinque responsabili della morte del neo-marito, freddato da un colpo di fucile fuori dalla chiesa. Esemplare opera sulla vendetta e sull’amore, ha tocchi di regia poetici.

IL RAGAZZO SELVAGGIO

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Victor , bambino cresciuto nella foresta in cattività, viene affidato al dottor Jean Itard che crede di poterlo educare nonostante l’età avanzata. Truffaut (qui anche attore) ha un rapporto stretto con i bambini, da Jean Pierre Laud ne I 400 colpi alle scolaresche di Gli anni in tasca; raggiunge il suo apice con l’emozionante Jeanne Pierre Cargol, di impressionante bravura. Aulica lezione di logopedia e educazione infantile.

EFFETTO NOTTE

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Un film sul cinema, un film per il cinema. Produzione e retroscena del lungometraggio Vi presento Pamela, mostra la vita di attori e staff quando sono impegnati nella realizzazione di un film. Premiato come Miglior Film straniero agli Oscar 1974, è il più grande film meta-cinematografico mai realizzato.

DA RECUPERARE ASSOLUTAMENTE (E NON ANCORA CITATI)

LA MIA DROGA SI CHIAMA JULIE

L’UOMO CHE AMAVA LE DONNE

LA CAMERA VERDE

L’ULTIMO METRO’

FINALMENTE DOMENICA

Matteo Chessa

MESSIEURS, IO VI INVIDIO

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“Parigi è esattamente come qualsiasi altra grande città, ad eccezione di due particolari: a Parigi si mangia bene e si fa l’amore, non meglio ma sicuramente più spesso”

Si apriva con queste parole di Maurice Chevalier Love in the Afternoon, una delle più deliziose commedie sofisticate di Billy Wilder, da sempre legato alla capitale francese, in cui si è rifugiato prima della guerra, ha realizzato il suo primo lungometraggio Amore che redime e che ha omaggiato, in loco o indirettamente, in molte pellicole della sua filmografia. Parole che rendono perfettamente l’idea della sensazione che si prova a camminare per le sue strade, sedersi nei suoi locali o prendere i treni della sua metrò: è uguale alle altre città, ma con un pizzico di magia in più. Quel qualcosa in più non è però l’amore, è l’arte.

Parigi è una città per artisti più che per amanti; chiunque cerchi ispirazione o voglia vedere dal vivo grandi opere trova la sua terra promessa. Un cinefilo al Louvre si ferma davanti a ll giuramento degli Orazi di Jacques-Louis David e pensa a Godard, passeggia per la zona Montparnasse e si lancia emozionato verso la statua di Balzac che Truffaut mostra in Le due inglesi, si siede su una panchina del retro di Notre Dame e ha la stessa visuale che Emmanuel Seigner e Peter Coyote avevano in Luna di Fiele di Polanski, sale sul metrò come Zazie, passa oltre il Mouline Rouge (troppa gente) perché li vicino c’è il locale dove lavorava Amelie. Per questo fa ancora più male leggere che in questa città d’arte e bellezza si è consumato quello che in tutto il mondo è stato ribattezzato “l’11 Settembre europeo”, con l’attacco alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo (che io ho conosciuto, senza poi approfondire, quasi casualmente due anni fa mentre passeggiavo nella sezione “Fumetti” della Feltrinelli in Duomo a Milano), l’uccisione di 12 persone e la simbolica morte della libertà di espressione.

Non intendo parlare della questione Isis, terrorismo, dell’Islam moderato che per alcuni esiste e per altri no; non mi interessa se Oriana Fallaci aveva capito tutto (che poi tutto cosa?) anni fa o se i politici italiani hanno marciato sui corpi ancora caldi di quelle vittime lanciando slogan più o meno vicini ai loro ideali; non commento neanche la moda hashtag, con milioni di persone che #sonoCharlie e neanche l’avevano mai sentito prima, che manifestano per la libertà di parola e sono i primi a chiedere la censura, a tappare la bocca ad artisti (non per forza con il kalashnikov che è l’esempio più estremo di guerra alla liberta di parola e arte, basta anche chiamare vigliaccamente la polizia perché “il locale sotto fa i concertini alle undici di sera e io voglio dormire”) e soprattutto barricarsi dietro paure che quelli che #eranoCharlie e #sonomortiperCharlie non avevano. #IononsonoCharlie, ma li invidio; invidio Charb, Capu, Wolinski, Tignous, Honoré morti con onore e senza paura per una cosa che amavano e difendevano. Li invidio come Truffaut, parigino DOC e amante delle arti, invidiava Richard Dreyfuss nella celeberrima scena finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo: con sincerità, commozione e il profondo rispetto di un uomo che vede qualcun altro fare quello che lui ha sempre sognato. Il rispetto è ovvio lo meritano tutti i presenti di quella mattina, nonostante le minacce reiterate. Io non avrei quel coraggio, questo è certo. Sono un Woody Allen più felice vivo nel mio appartamento che morto ma con onori eterni. E da qui nasce l’invidia per quel coraggio.

Mi rattrista la paura che circonda il nome di Parigi in questi giorni, sinonimo di morte e scempi. Una città in cui chi ha 25 o meno anni non paga i musei, che ospita la bellissima mostra su Francois Truffaut alla Cinémathèque i cui sono raccolti i suoi appunti, i suoi oggetti, abiti di scena, libri letti, curiosità, interviste famose e altre meno, articoli scritti ai tempi dei “giovani turchi” non può e non deve incutere timore in chi la vuole visitare. Temere Parigi significa temere la cultura, e senza essa manca l’espressione di cui tutti chiedono la libertà in questi giorni. Leggiamo libri, scriviamo, guardiamo quadri, film, leggiamo fumetti, impariamo; sono armi più forti di quelle che qualsiasi terrorista potrà mai usare contro noi. Perché Parigi è bellissima, l’arte è bellissima, la conoscenza e la cultura sono bellissime. Saranno loro ad invidiarci in quel caso.

Matteo Chessa

I 5 TITOLI CINEMATOGRAFICI DILANIATI DALLA TRADUZIONE ITALIANA

Tutti, cinefili e non, citano sempre Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry quando si parla di traduzioni orripilanti dei titoli originali di una pellicola. L’italianizzazione non rende minimamente giustizia alla citazione della poesia “Eloisa to Ableard”(1717) del poeta inglese Alexandre Pope, quell’Eternal Sunshine of the Spotless Mind che poco avrebbe attirato il pubblico giovane italiano morbosamente legato ad Ace Ventura e The Mask. Ma oltre questo, celeberrimo, sono tanti i casi su cui ci sarebbe da discutere, da film leggeri come Horrible Bosses (Come ammazzare il capo e vivere felici) a opere indiscusse come The shop around the corner (il bellissimo Scrivimi fermo posta di Lubitsch) fino al recente Broken Circle Breakdown ( Alabama Monroe- Una storia d’amore). Ecco qui le cinque peggiori traduzioni di titoli cinematografici.

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THE TEXAS CHAINSAW MASSACRE

Ok, Non aprite quella porta non è un titolo così pessimo, ma perde malamente il confronto con lo stupendo originale, spaventoso per forza e impatto emotivo. Inutile poi sottolineare come il titolo americano sia più attinente con la storia rispetto al nostrano, meno macabro ma più stupido.

4

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LOVE IN THE AFTERNOON

Titolare Arianna il film di Billy Wilder in cui la protagonista, appunto Arianna (Audrey Hepburn), si innamora follemente del dongiovanni Mr Flannagan (Gary Cooper) è un erroraccio imperdonabile. Love in the Afternoon infatti si riferisce al lasso di tempo in cui si consumano gli incontri amorosi dei due protagonisti al Ritz di Parigi, tra zigani e valige da chiudere, e sottolinea sia la differenza d’età tra i due amanti che la purezza dell’amore di Arianna, decisa a differenziarsi dai tanti altri incontri notturni di Mr Flannagan. Già dal titolo originale inoltre si respira aria parigina, in cui ci si ama a ogni ora e in ogni età.

3

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DIRTY HARRY

Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo. Perché? Perché innanzitutto cambiare il cognome dell’ispettore (Callahan originariamente)? E perché titolare in maniera così ridicola il primo capitolo di questa splendida saga? Imperdonabile quasi come Dr No della saga 007 intitolato a sfregio Licenza di Uccidere (quando poi in Inghilterra fecero Licence to kill qui dovettero inventarsi Vendetta Privata, contro chi è un mistero).

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TO BE OR NOT TO BE

Lubitsch avrebbe molto da protestare, essendo uno dei registi più dilaniati dalle traduzioni grossolane degli italiani. Prendo in esempio Vogliamo vivere!, uno dei suoi capolavori il cui titolo originale fa riferimento all’amletica citazione shakespeariana, ma altri titoli dovrebbero far parte di questa triste classifica, dal bellissimo Cluny Brown riportato affrettatamente come Fra le tue braccia (si perdono così gran parte delle tematiche affrontate nella pellicola per concentrarsi sulla nemmeno poi così fondamentale storia d’amore) al già citato Scrivimi fermo posta o Partita a quattro (orribile, meglio il doppio senso dell’originale Design for Living). Ovviamente recuperate tutti questi titoli,sono bellissimi.

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DOMICILE CONJUGAL

Anche Truffaut non stava tanto simpatico ai traduttori italiani. La traduzione del quarto capitolo della saga su Antoine Doinel, Non drammatizziamo… è solo questione di corna, fa pensare a una scarsa commedia sexy all’italiana (di quelle che si producevano al tempo mentre Truffaut sfornava capolavori) e dimentica la crisi coniugale, vero oggetto del film. Ma non è il solo titolo del regista francese che delude, penso infatti a La mia droga si chiama Julie (originale La sirène du Mississippi). Povero Francois.

Matteo Chessa