UN REGISTA, 3 FILM: MICHAEL MANN

Dopo mesi di benemerita inattività, ecco che i Disoccupati si rifanno vivi. Motivo? Non siamo più così disoccupati e quindi ce tocca lavorà!

Oggi torniamo a trattare una vecchia rubrica a cui sono particolarmente affezionato: Un regista, tre film e il regista in questione è uno dei più importanti degli ultimi 30 anni: Michael Mann.

3

schermata-2012-10-16-a-10-02-29

STRADE VIOLENTE

Avete presente Drive il film di Refn con Ryan Gosling? Ecco, deve il 99% della sua bellezza a questa pellicola del 1981 di Michael Mann. Uno dei film d’esordio più straordinari delle ultime decadi. Interamente girato di notte, Strade Violente è uno di quei film che ti rimangono dentro anche alla fine della proiezione. Il merito va gran parte all’interpretazione straordinaria di James Caan, ladro di gioielli e giustiziere catartico.

HEAT – LA SFIDA

Quando penso a Heat mi vengono in mente le divertenti discussioni con i miei amici anglofoni: ogni volta che nominavo questo film loro capivano It il pagliaccio perché noi italiani non pronunciamo mai l’acca aspirata ma sto divagando… La verità è che siamo davanti a uno degli heist movie più belli di tutti i  tempi e alla migliore performance di Pacino e De Niro (che avevano già recitato assieme ne Il padrino parte II senza però condividere la scena) . Richiamo palese a Tutte le ore feriscono…l’ultima uccide di Melville, Heat è una pellicola che ha influenzato tantissimi registi a venire (basti pensare alla scena iniziale de Il cavaliere Oscuro)

1

COLLATERAL

Il mio film di Michael Mann preferito. Forse non il migliore ma, per una serie di motivi personali, sicuramente in cima alla mia classifica. Motivo? Più di uno: solita strepitosa regia notturna di Mann, sceneggiatura a prova di bomba di Stuart Bettie e interpretazioni sorprendenti dei due protagonisti (in particolare Cruise sicario brizzolato). Una Los Angeles abbandonata a se stessa che mette in luce l’indifferenza dell’essere umano verso i suoi simili. E tu spettatore resti fermo e non puoi fare a meno di lasciarti trasportare dalle immagini come un coyote che contempla la notte. 

 

Francesco Pierucci

UN REGISTA, TRE FILM: SION SONO

Oggi con la rubrica si torna in Oriente nel paese del Sol Levante per parlare di uno di quei registi poco conosciuti ma fondamentali nell’innovare la storia del cinema. Volendola farla breve si potrebbe affermare senza il minimo rischio di essere contraddetti che Sion Sono è pazzo: pazzo per il cinema come dimostra in ogni singola pellicola, ma forse anche pazzo in generale (if you know what I mean!). Ecco allora quali sono per me, le sue tre opere che più mi hanno entusiasmato:

 3

SC tableau

STRANGE CIRCUS

Quando ho finito di vedere l’undicesima opera di Sion Sono sono rimasto notevolmente colpito. Il finale di Strange Circus, fortemente debitore del Persona di Bergman, è uno dei più belli della storia del cinema. E’ da qui che bisogna partire per poter cerebrale giustamente uno dei più grandi autori della settima arte. Sion Sono non si limita a citare i film di genere giapponesi ma la sua bravura sta nel conciliare questa tendenza con un richiamo sottile voluto o meno ai grandi Maestri (oltre Bergman, basti ricordare Un borghese piccolo piccolo per Cold Fish). Sono è speciale perché in grado di stupire in ogni momento con la complessità della trama, con i tortuosi movimenti di macchina e in questo caso con la sovrapposizione tra realtà e finzione (il circo felliniano). La ghigliottina cade, tutto si ferma.

2

love-exposure-miss-scorpion

LOVE EXPOSURE

Trovarsi davanti a Love Exposure può lasciare interdetti: a parte la durata proibitiva di quattro ore infatti (in origine erano sei), ciò che può disorientare i neofiti del Maestro è la follia della trama e dei personaggi. E’ tutto fuorché banale che il sogno di Yu, il protagonista, sia fotografare le mutandine delle ragazze. A parte gli aspetti più goliardici e superficiali però, l’autore torna ancora una volta a trattare con sensibilità il tema che gli sta più a cuore, ovvero quello relativo alle famiglie disfunzionali, incarnate in questo caso dal discutibile padre cattolico, che sono la principale causa delle problematiche che colpiscono i protagonisti. Vincitore di due premi a Berlino, Love Exposure, è forse il lungometraggio più famoso del regista: probabilmente per le innumerevoli scene memorabili (l’addestramento su tutte) o perché in fin dei conti un personaggio come Miss Scorpion e il suo rapporto con Yoko difficilmente potranno essere dimenticati dallo spettatore.

1

why_dont_you_play_in_hell

WHY DON’T YOU PLAY IN HELL?

Suona strano ma l’ultimo film di Sion Sono è il primo che ho visto. Colpo di fulmine. Mi è piaciuto così tanto che mi sono andato a recuperare buona parte della sua filmografia. Anche in questo lungometraggio è racchiusa appieno tutta la poetica di Sono: il barocchismo visivo, le citazioni (Kill Bill, Lady Snowblood, gli yakuza eiga), l’amore per il cinema e gli straordinari personaggi dissacranti (il fonico della yakuza). Come se non bastasse il film oscilla continuamente tra un genere e un altro, assumendo una parabola ascendente che culmina con un‘esplosione meta-cinematografica, un vero e proprio testamento per i posteri.  Che altro dire? Non sono mai stato più disorientato nella visione di un film ma non ho mai neanche riso così tanto.  P.s. Ancora oggi canticchio il jingle della pubblicità di Mitsuko!

 

FILM CONSIGLIATI: Guilty of romance, Cold Fish, Himizu

 

Francesco Pierucci

UN REGISTA, TRE FILM: KIM KI-DUK

Primo appuntamento con la nuova rubrica Un regista, tre film, nata con l’intento di sviscerare la poetica di un autore attraverso i suoi tre lungometraggi (soggettivamente) più significativi. L’esordio della rassegna non poteva che essere dedicato al mio regista preferito, il maestro del cinema sudcoreano Kim Ki-duk. Andiamo a scoprire assieme quali sono i film che mi hanno fatto innamorare dell’ex pittore, ex predicatore, ex militare nonché cineasta autodidatta di Bonghwa.

3

vlcsnap-2013-07-05-11h02m51s139

BAD GUY

Han-ki è un criminale che gestisce un giro di prostituzione nel quartiere a luci rosse di Seul. Un giorno camminando per strada viene attratto dalla studentessa Sun-hwa e decide di baciarla davanti al suo ragazzo. Dopo l’intervento delle forze dell’ordine, la ragazza lo umilia pubblicamente e così Han-ki progetta un’atroce vendetta: con uno stratagemma machiavellico infatti mette Sun-hwa con le spalle al muro e la costringe a prostituirsi per lui.

Inserito tra due opere di stampo prettamente sociale (Address Unknown e The Cost Guard), Bad Guy segna il ritorno di Kim Ki-duk a un tipo di cinema che gli è più congeniale e che raggiungerà il suo massimo splendore con Ferro 3- La casa vuota.  Nelle opere di Kim Ki-duk quasi tutti i bad guys sono in qualche modo delle vittime ma solo alcuni di loro poi si trasformano effettivamente in carnefici (solitamente sempre uomini, eccezion fatta per Hee-jin de L’isola): in entrambi i casi il rapporto che si viene a creare tra gli aguzzini e i prigionieri, tra gli uomini e le donne è un rapporto di estrema dipendenza esistenziale in cui la sofferenza, mai fine a se stessa, non allontana i protagonisti ma finisce per fortificarli ancor di più. E lo stesso vale per Han-ki e Sun-hwa che, nella scena più bella del film, incarnano la versione asiatica dei Travis e Jane di Paris, Texas.

2

Bi-mong.Dream.5

DREAM

Jin è un intagliatore di timbri che una notte sogna di fare un incidente con la propria auto. L’esperienza è così realistica che l’uomo si reca sul posto per scoprire che l’evento è realmente accaduto e che è stato causato dalla sarta Ran. In seguito alla visita di una psicologa, i due estranei si renderanno conto che tutto ciò che sogna Jin, la ragazza lo realizza da sonnambula per poi svegliarsi senza alcuna memoria. 

Il quindicesimo film del regista sudcoreano rappresenta l’anello di congiunzione tra la fine del periodo più poetico della sua filmografia (da Crocodile a Time) e l’inizio di una nuova fase maggiormente sperimentale (Arirang, Amen, Pietà, Moebius). Kim Ki-duk si interroga ancora una volta, dopo Real Fiction e Ferro 3, sulla contaminazione tra mondo reale e onirico ma questa volta lo fa dichiaratamente, scegliendo una storia che parla di sogni e delle loro conseguenze sull’amore. Dream sarà oltremodo importante per l’autore perché a causa di un incidente che rischierà di uccidere la protagonista, Kim Ki-duk affronterà un periodo di profonda depressione che verrà poi narrato in Arirang. La scena del sogno comunitario e della liberazione finale sono i punti più alti di questa splendida pellicola.

1

1330598724-ferro3_01

FERRO 3-LA CASA VUOTA

Tae-suk è un giovane che trascorre le sue giornate abitando case momentaneamente abbandonate che usa per mangiare e dormire e che cura con estrema perizia. Un giorno penetra nell’abitazione di Sun-hwa, un ex-modella che viene picchiata quotidianamente dal despotico marito: Tae-suk decide così di punirlo per le sue malefatte e Sun-hwa, che ritrova nel ragazzo la sua stessa solitudine, comincerà a seguire il suo lungo peregrinare attraverso i quartieri di Seul.

Leone d’Argento alla 61ma Mostra del Cinema di Venezia, Ferro 3-La casa vuota  è l’opera che consacra definitivamente la poetica del regista sudcoreano, impreziosita da immagini pittoriche e modellata sui solitari silenzi dei protagonisti che da sempre sono l’unica forma di comunicazione possibile in un universo in cui le assenze incidono più delle presenze. È tutta rinchiusa in questo concetto la grande metafora esistenziale del film di Kim Ki-duk: solo l’immaginazione, ovvero lo strumento meno sfruttato da una società sempre più logorroica e autodistruttiva, è in grado di oltrepassare i limiti invalicabili (o le soglie di case disabitate) dell’opprimente statuto di realtà per cercare di raggiungere ciò che più le interessa ovvero la forma ultima dell’amore. La bilancia che segna zero: il peso della libertà, o forse della morte. L’immagine sublima e si dissolve in un amore senza tempo mentre la comparsa della frase che recita Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia una realtà o un sogno obbliga chi guarda a un silenzio inevitabile, ancora più profondo di quello dei due protagonisti. Indubbiamente il mio film preferito.

DA SEGNALARE: Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, Soffio, La samaritana, Pietà.

Francesco Pierucci